America Latina. Focus Venezuela 2016

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A cura di William Bavone
william.bavone@libero.it

Nome ufficiale: República Bolivariana de Venezuela
Lingua ufficiale: Spagnolo
Capitale: Caracas
Forma di governo: Repubblica presidenziale federale
Presidente in carica: Nicolás Maduro
Superficie: 912.050 km2
Popolazione: 31.108.083 ab.
Valuta: Bolívar fuerte
PIL: 185,61 miliardi $
Agricoltura: 5,5% (?)
Industria: 49,3% (?)
Servizi: 45,2% (?)
Export: 24,8% (?)
Import: 29,5% (?)
Tasso di crescita: -22,5%
Inflazione: 448,8%
Tempistica avvio business: 230 giorni





SITUAZIONE POLITICA

La Repubblica Bolivariana del Venezuela si trova in una condizione di crisi crescente dal 2013, ovvero dalla tragica morte di Hugo Chavez Farias. La scomparsa del “presidente del popolo” ha reso il progetto socialista vulnerabile in ogni suo aspetto. Innanzitutto è venuto meno quel legame di stretta connessione tra popolo e leader che ha contraddistinto la longeva esperienza chavista. Un vuoto incolmabile, creatosi così all’improvviso, che si è tradotto in un tiepido consenso elettorale nel leader designato a raccoglierne l’eredità politica.
Nicolas Maduro, infatti, ha assunto la guida del Paese il 14 aprile 2013 con un esiguo 50,78% dei voti. Un quadro politico sotto molti aspetti piuttosto fragile, che ha lasciato spazio di manovra ad un’opposizione molto dura, contribuendo a minare la stabilità sociale. Le proteste di piazza hanno ben presto assunto una dimensione violenta ed il crollo del prezzo del petrolio ha acuito la difficile situazione del governo. Maduro, dal canto suo, ha attuato inizialmente una politica attendista e fondata prevalentemente sulla mitizzazione del suo predecessore. Successivamente, il presidente in carica ha cercato una soluzione concreta ai problemi strutturali del Paese, ma il continuo ricorso a politiche assistenzialiste ha praticamente assottigliato le capacità di manovra del governo centrale.
Come vedremo meglio più avanti, circa il 10% dell’economia venezuelana deriva dall’esportazione del petrolio e quindi la crisi del settore ha fortemente intaccato la forza pianificatrice del partito di maggioranza (PSUV). Di contro, l’opposizione ha dato vita ad una vera e propria coalizione ad ampio raggio per contrastare con maggior forza l’operato del governo. Questa coalizione è stata premiata durante le elezioni politiche del dicembre 2015, arrivando ad ottenere una maggioranza schiacciante in seno all’Assemblea Nazionale.
Nemmeno il contesto internazionale aiuta Caracas. A sud del Continente, l’onda socialista/riformista si è fortemente ridimensionata dopo i cambi al vertice in Brasile ed in Argentina. Da oltre un anno, gli Stati Uniti hanno inoltre avviato un piano sanzionatorio contro il Venezuela ritenendone la gestione politica un pericolo per la propria sicurezza nazionale. Una valutazione difficile da comprendere, ma che nei fatti restringe ulteriormente i margini di manovra finanziaria a disposizione di Maduro, leader di un Paese diviso grossomodo a metà tra chi crede ancora nella possibilità di un benessere attraverso il cosiddetto “Socialismo del XXI Secolo” e chi a gran voce ne pretende la destituzione. Quest’ultima ipotesi è stata anche avvalorata da una raccolta di firme che, tuttavia, restano per ora al vaglio di autenticità degli organi preposti.
Elezioni anticipate? Probabilmente no e tutto potrebbe essere posticipato al 2018, anno di regolare scadenza del mandato presidenziale, salvo nuovi scossoni socio-economici nel breve periodo. Le proteste restano chiaramente all’ordine del giorno, così come la presumibile ingerenza politica da parte di interessi più grandi, esterni allo stesso Venezuela, che puntano molte delle loro carte sui disordini per ottenere migliori condizioni negli scambi commerciali. Molti sono gli occhi puntati su questo Paese, che detiene le più grandi riserve di petrolio del pianeta (298,4 miliardi di barili), prediligendone la gestione statale.
La questione venezuelana è finita sui banchi dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) lo scorso giugno e le possibili ingerenze esterne sono state scongiurate mediante un più diplomatico invito alle parti – governo e opposizione – a dialogare. Il presidente dell’OSA, l’uruguayano Luis Almagro, aveva impugnato la Carta Democratica nei confronti di Caracas, ma in quel momento era valsa la ragione sull’impulsività. Eppure, la posizione di Caracas è finita di nuovo sotto esame un mese dopo, durante il controverso passaggio della presidenza del Mercosur proprio al Venezuela. Il Paraguay si è fatto primo promotore della negazione di tale diritto al Paese latino-americano, impugnandone nuovamente la discussa democraticità politica. Alla posizione paraguayana hanno dato man forte prima Buenos Aires e poi Brasilia, fino alla definitiva sospensione del Venezuela dallo status di membro del partenariato. Le accuse verso Caracas, prima limitate alla sfera dei diritti democratici, si sono estese ad una più specifica valutazione di inadeguatezza rispetto ai parametri economico-strutturali necessari all’assunzione dello status di membro del Mercosur.
Restano seri dubbi sulle reali motivazioni di questa decisione. Nell’ultima parte del 2016 sono andati in scena nuovi incontri tra il Mercosur e l’Unione Europea per la definizione di un’area di libero scambio ed il loro buon esito è di fondamentale importanza per i governi di Asuncion, Brasilia e Buenos Aires. Questo potrebbe aver spinto i partner ad evitare che Maduro avesse in mano le redini del dialogo ed affrontasse la situazione con troppo rigore ideologico, rischiando di far saltare ogni dialogo. L’Uruguay ha invece inteso mantenere una posizione tiepida poiché se da un lato il pensiero politico del governo è più vicino a Caracas che agli altri Paesi della regione, la difficile crisi economica che lo attraversa lo obbliga ad una visione più pragmatica.
Sul finire del 2016, il Venezuela appare sempre più isolato e stretto in una morsa internazionale ostile di fronte a cui nulla può la solidarietà di Ecuador, Bolivia, Cuba e pochi altri. Solo due anni fa la strategia di Caracas poteva contare sull’appoggio di Brasile e Argentina che, a livello regionale, garantivano l’assorbimento di pressioni geopolitiche provenienti da nord. Ora, in poco tempo, tutto è cambiato ed il futuro sembra sempre più incerto per Maduro.


PROSPETTIVE ECONOMICHE

Come anticipato, l’economia del Venezuela si fonda sull’esportazione del petrolio che in sostanza consente un forte investimento all’interno per una più generica redistribuzione delle risorse. Nel corso degli anni, grazie a questo sistema sono stati abbattuti muri che sembravano insuperabili: forte riduzione della povertà, incremento del tasso di alfabetizzazione della popolazione, implementazione del servizio sanitario gratuito, costruzione di nuove residenze popolari e così via. Eppure, il sistema-Paese venezuelano soffre ancora una precarietà infrastrutturale che ne limita pesantemente lo sviluppo economico.
Il Venezuela non è mai riuscito a diversificare la propria economia, condannandola alla dipendenza dall’oro nero. Gli introiti del petrolio sono infatti quasi l’unica garanzia di copertura finanziaria per le importazioni e, logicamente, più scende il prezzo del barile minori sono le possibilità di acquistare molte tipologie di beni, tra cui anche i generi alimentari. L’export venezuelano è composto per il 95% dalle attività petrolifere, mentre in ingresso resta la necessità di quasi tutti gli altri prodotti.
In questo quadro profondamente statico, è interessante osservare un dato: il Paese sudamericano invia il 44% del suo export totale negli Stati Uniti, da cui importa il 28% dei beni che acquisisce dall’estero. Insomma, al di là dello scontro politico ed ideologico, tra Washington e Caracas sussistono notevoli canali commerciali che lasciano spazio a qualsiasi ipotetica evoluzione nei rapporti bilaterali.





OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA

Appare scontato predicare prudenza e calma in ogni valutazione di ingresso in Venezuela. Occorre attendere che si delinei una nuova e duratura stabilità politica prima di poter decidere qualsiasi investimento in un Paese che resta comunque ricco di opportunità.
L’auspicio è di poter riaprire il discorso dopo il 2018. Caracas ha bisogno di sviluppare in modo importante le proprie infrastrutture e di diversificare il proprio sistema produttivo. Inoltre, il Paese è uno tra i più ricchi al mondo in termini di risorse energetiche e ci sono tutti i presupposti per fare bene nell’interesse delle parti in causa: investitori esteri, governo e risorse umane locali.


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