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L’attacco statunitense al Venezuela sferrato il 3 gennaio su decisione diretta del presidente Donald Trump ha scioccato il mondo. Sebbene annunciato da mesi, con l’invio di navi da guerra nel Mar dei Caraibi già dallo scorso agosto, il blitz della Delta Force per catturare il leader Nicolás Maduro, accompagnato da bombardamenti contro alcune infrastrutture militari e civili del Paese, ha palesemente violato le norme del diritto internazionale imponendo, come accaduto in passato, il primato della forza nel tentativo di ribadire la supremazia di Washington in America Latina. Ora che succederà nel Paese? Quali saranno le conseguenze nella regione e nel resto del mondo?
di Andrea Fais
[Direttore Responsabile di Scenari Internazionali]
(SIRAG) L’aggressione statunitense al Venezuela e la cattura del presidente Nicolás Maduro hanno scioccato il mondo, suscitando reazioni diverse ma accomunate da un fattore: la forte preoccupazione per quanto accaduto e quanto potrebbe accadere da qui ai prossimi mesi, sia a Caracas che nell’intera regione latinoamericana. La decisione, presa d’imperio da Donald Trump, ha una serie di implicazioni internazionali e avrà inevitabilmente conseguenze, al di là delle reazioni istintive dell’opinione pubblica occidentale, dove ormai tutto è polarizzato in base ad un’infantile dicotomia destra-sinistra, ulteriormente abbrutita dalla dimensione dei social network e piegata alla logica del clickbaiting.
Che il regime politico guidato da Maduro fosse da tempo incartato su sé stesso, sia per proprie incapacità che per le sanzioni imposte dall’esterno, è un dato di fatto. Questo, però, non significa che l’intera popolazione sia contraria all’ideologia chavista e che chieda un cambiamento radicale di paradigma politico, come semplicisticamente riassumono molti commentatori. Restano infatti in Venezuela molte persone fedeli al bolivarismo, che stanno affollando le strade delle principali città del Paese chiedendo la liberazione di Maduro ed esortando la presidente ad interim Delcy Rodriguez a resistere e proseguire il suo mandato. Rimangono al loro posto, per ora, le Forze Armate (FANB), compresa la Milizia Nazionale Bolivariana (MNB), un corpo civile-militare pensato per un’eventuale guerra di resistenza ad un’invasione ma dispiegabile anche in un’ipotetica guerra civile, un rischio a questo punto sempre più concreto. Si tratta senz’altro di una situazione ingarbugliata e potenzialmente esplosiva, scongiurabile soltanto attraverso una soluzione politica scevra da interferenze esterne.
Senza scadere in una banale retorica idealista, il diritto internazionale resta un quadro normativo di riferimento per regolare le relazioni tra gli Stati. Al di là della sua crescente inefficacia, o meglio dell’incapacità delle “parti interessate” di farlo rispettare, esso resta l’unica garanzia di uguaglianza giuridica tra le nazioni, il solo meccanismo che può assicurare anche al Paese membro più piccolo o meno sviluppato il diritto all’esistenza e alla rappresentanza. Nonostante le difficoltà, le contraddizioni e le ripetute violazioni da parte di vari attori nel mondo, considerare il diritto internazionale come un inutile orpello rischia di riportare il pianeta in un caos generalizzato.
Anche alla luce delle dichiarazioni di Trump in conferenza stampa, che ha fatto esplicito riferimento all’intenzione di controllare direttamente il petrolio venezuelano, tentare di giustificare o addirittura legittimare la mossa di Washington conferma il doppio standard dei governi europei e dei vertici comunitari, pronti a sacrificare le loro economie per sostenere il diritto dell’Ucraina a difendere la propria sovranità e la propria integrità territoriale dall’invasione russa, ma ora titubanti e impacciati di fronte all’aggressione dell’alleato statunitense nei Caraibi. Il Vecchio Continente ha dimostrato di non avere capacità di assumere una posizione forte e autorevole, nonostante l’UE sia tutt’altro che estranea alla regione, dove sorgono diversi territori d’oltremare di Francia e Paesi Bassi, ovvero Guadalupa, Martinica, Saint Barthélemy, Saint-Martin, Bonaire, Sint Eustatius, Saba, Aruba, Curaçao e Sint Maarten.
Quanto accaduto non è nemmeno una novità assoluta per Washington. Nell’ottobre del 1983, Ronald Reagan ordinò, con l’Operazione Urgent Fury, l’invasione di Grenada per rovesciare il governo militare di Hudson Austin, paventando che l’isola potesse diventare un avamposto filo-sovietico; nel dicembre 1989, George H.W. Bush diede il via all’Operazione Just Cause per deporre il leader panamense Manuel Noriega, che in passato aveva lavorato per la CIA, nel timore che il Canale di Panama potesse essere nazionalizzato prima dei termini previsti (1999) dai Trattati Torrijos-Carter del 1977 o che ne fosse messa in discussione la neutralità. Come Maduro, anche Noriega fu accusato di narcotraffico, catturato e portato negli Stati Uniti, dove fu processato e condannato a quarant’anni di carcere.
Al di là dei singoli casi, insomma, Washington mantiene fede da circa due secoli al dettato della Dottrina Monroe, introdotta dall’omonimo presidente nel 1823 in chiave anti-coloniale, allo scopo di intimare alle potenze europee di non interferire negli affari dell’Emisfero Occidentale. Da allora, questa linea di politica estera è stata più volte rivista e aggiornata. Il primo a rilanciarla fu Theodore Roosevelt nel 1904 che, applicando la “politica del grosso bastone” (Big Stick), ne trasformò l’approccio da passivo a pro-attivo, facendo degli Stati Uniti, potenza militare in forte ascesa, una sorta di “poliziotto” del Continente americano.
Durante la Guerra Fredda, in particolare nei giorni della crisi dei missili a Cuba (1962), John F. Kennedy invocò la Dottrina Monroe per stabilire un blocco navale attorno all’isola e costringere l’Unione Sovietica ad abbandonare il piano di installare missili nucleari in loco. Nel decennio successivo, attraverso la famigerata Operazione Condor, i servizi segreti statunitensi facilitarono o consolidarono il potere di regimi fortemente autoritari e repressivi nei Paesi del Cono Sud – Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay – per impedire che partiti e movimenti non allineati (prevalentemente di sinistra ma anche peronisti) potessero salire o tornare al governo.
La Strategia per la Sicurezza Nazionale pubblicata due mesi fa dalla Casa Bianca parla esplicitamente di un nuovo aggiornamento della Dottrina Monroe: il cosiddetto Corollario Trump. «Negheremo ai competitor estranei all’Emisfero Occidentale la possibilità di posizionare forze o altre capacità di minaccia, e di possedere o controllare strategicamente asset fondamentali, nel nostro Emisfero», recita il testo, che prosegue illustrando la formula “Enlist and Expand”, ovvero «reclutare» i Paesi ritenuti amici ed «estendere» la rete dei partner, ossia fare in modo che certe nazioni vedano gli Stati Uniti quale «loro prima scelta», scoraggiandole dalla collaborazione con altri attori. Come? «Attraverso vari metodi». Tra questi – ora lo sappiamo con certezza – torna ad essere inclusa l’opzione militare.
Risulta praticamente evidente che il principale ospite considerato sgradito nell’Emisfero Occidentale sia la Cina, la quale tuttavia non ha mai inviato truppe nella regione, a differenza di quanto fanno gli Stati Uniti nei teatri dell’Asia-Pacifico, limitandosi alla normale cooperazione economica e commerciale. Il Brasile, ad esempio, è uno dei membri fondatori del BRICS, l’ormai celebre raggruppamento delle nazioni emergenti, recentemente allargatosi ad altri sei importanti attori (Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Indonesia e Iran): una presenza mai messa in discussione nemmeno durante il mandato presidenziale di Jair Bolsonaro. Lo stesso Cile, dove ha da poco trionfato il conservatore José Antonio Kast, mantiene longeve e solide relazioni con la Repubblica Popolare. Avviate ufficialmente nel 1970, queste non hanno mai risentito dei cambiamenti politici – anche sconvolgenti – occorsi nel Paese latinoamericano.
Gli scambi tra Pechino e Santiago sono cresciuti dopo la firma di un accordo di libero scambio nel 2005, aggiornato e potenziato nel 2019 [J. Serrano-Moreno, Global Times, 14/12/2025]. Nel 2023, il commercio bilaterale ha raggiunto quota 56,91 miliardi di dollari, facendo della Cina il maggior partner e il principale mercato di sbocco del Cile. L’export cileno verso il gigante asiatico ha totalizzato 37,4 miliardi di dollari, pari al 40% delle esportazioni totali del Paese sudamericano nel mondo [Xiao T., China Briefing, Dezan Shira and Associates, 13/1/2025]. Quando, a breve, il neo-eletto presidente Kast si insedierà alla Moneda non potrà certo annullare di colpo contratti e commesse, a meno che non voglia distruggere il tessuto economico nazionale.
Gli Stati Uniti, da parte loro, sembrano incapaci di elaborare una politica estera adeguata ai tempi limitandosi a riproporre versioni aggiornate di vecchi schemi di pensiero, ormai confinati al secolo scorso, o addirittura a quello precedente. La decisione di Trump tradisce, effettivamente, un certo nervosismo e la paura di perdere il controllo su aree del pianeta che Washington ha sempre considerato “cosa propria”, senza nemmeno bisogno di discutere. Tornare ad imporre ancora una volta il classico eccezionalismo americano, ormai privo dell’ampia credibilità e affidabilità internazionale di un tempo, appare anacronistico e rischia di trasformarsi in un boomerang.
La politica di riforma e apertura inaugurata dalla Cina nel 1978 e la fine della Guerra Fredda nel 1989 hanno profondamente modificato gli assetti internazionali. Scomparsa la contrapposizione ideologica tra i due blocchi, il confronto tra nazioni ha assunto nuove forme e nuove dinamiche. Con la globalizzazione dei mercati e la frammentazione delle catene globali del valore, lo scontro nudo e crudo del passato si è trasformato in un meccanismo ibrido di competizione e cooperazione all’interno di un quadro di interdipendenza a vari livelli. Malgrado i recenti tentativi di accorciare le catene di fornitura (near-shoring), riorientarle verso nazioni ritenute più affidabili (friend-shoring) o riportarle direttamente in patria (re-shoring), tornare indietro è di fatto impossibile. Se n’è reso conto perfettamente lo stesso Trump, quando lo scorso ottobre ha dovuto rinunciare a dazi e minacce, accettando un anno di tregua con Pechino per scrivere insieme un nuovo accordo commerciale tra le parti.
L’intervento statunitense in Venezuela ha scatenato un’ondata di condanne, a partire da Brasile, Messico e Colombia, che ha già rafforzato le difese ai confini. Il presidente brasiliano Lula ha affermato che la decisione della Casa Bianca ha «superato una linea inaccettabile», aggiungendo che «aggredire i Paesi in evidente violazione del diritto internazionale è il primo passo verso un mondo di violenza, caos e instabilità». Da oggi il gigante lusofono, già colpito nei mesi scorsi da dazi punitivi al 50% su numerosi prodotti in ingresso negli Stati Uniti, potrebbe sentirsi pienamente autorizzato ad incrementare le sue capacità militari, già piuttosto avanzate, o addirittura a sviluppare un programma di deterrenza nucleare. Insomma, tutto quanto si è detto sulle conseguenze della mossa di Putin in Europa, vale tranquillamente anche per la mossa di Trump in America Latina.
Con una differenza fondamentale, tuttavia. Se l’ingresso nella NATO di Svezia e Finlandia ha cambiato poco nella logica di un’alleanza militare già compatta e attiva da decenni, un eventuale vasto piano di riarmo dei Paesi sudamericani non allineati a Washington ed un loro potenziale accordo di collaborazione difensiva costituirebbero una novità assoluta ed un colpo mortale alle ambizioni statunitensi. Senza considerare, poi, il fronte interno.
Nonostante la retorica trionfale, infatti, l’attacco al Venezuela e la cattura di Maduro, specie se accompagnati alle recenti minacce contro l’Iran, riportano sulla Casa Bianca le nubi oscure del pensiero neoconservatore, che Trump aveva più volte criticato in passato conquistando, anche per questo, notevole consenso tra gli elettori di destra delusi dall’interventismo intransigente del Partito Repubblicano durante l’Amministrazione George W. Bush (2000-2008).
L’idea di innescare nuovi conflitti prolungati in giro per il mondo è ormai molto impopolare negli Stati Uniti, specie presso l’elettorato conservatore. Dopo l’avventurismo militare in Afghanistan e in Iraq, costati al Paese migliaia di vittime militari e migliaia di miliardi di dollari, gran parte dei cittadini difficilmente accetterebbero di buon grado che la bandiera a stelle e strisce tornasse a sventolare sopra cumuli di morti e macerie, creando caos e destabilizzazione in aree-chiave del pianeta come il Medio Oriente, l’Asia Orientale, l’Africa e la stessa America Latina. Tycoon avvisato, mezzo salvato.
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