Belt and Road. Ex Ambasciatore Bradanini: Opportunità per l’Italia, considerando limiti strutturali


In occasione del settantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, pubblichiamo qui di seguito, su concessione dell’autore, l’intervento di Alberto Bradanini, già Ambasciatore d’Italia a Tehran e a Pechino, sulla Nuova Via della Seta, un’iniziativa del governo cinese, in particolare del presidente Xi Jinping, che la nostra Redazione segue sin dalla sua prima pubblicazione cartacea, avvenuta ormai cinque anni fa, quando ospitammo, tra gli altri, i pareri e i contributi dell’allora Ambasciatore cinese in Italia Li Ruiyu e dell’allora presidente della Fondazione Italia-Cina Cesare Romiti.


di Alberto Bradanini


Con la Nuova Via della Seta, conosciuta anche come Belt and Road Initiative (BRI), la Cina intende ridurre le distanze tra i due estremi dell’Eurasia, mostrare ai Paesi emergenti una strada efficace, quella cinese, per uscire dal sottosviluppo e rivedere l’ordine economico internazionale, affinché esso rifletta la sua odierna dimensione planetaria. Le ragioni per cambiare l’ordine-disordine mondiale ci sarebbero pure, purché fossero tutelati gli interessi dell’intera comunità internazionale.

Non solo i Paesi in (perenne) via di sviluppo delusi dal Washington Consensus, che in cambio del miraggio dell’uscita dal sottosviluppo avevano accettato subordinazione politica ed economica, ma ora anche l’Occidente sperimenta stagnazione economica, peggioramento delle condizioni di vita e sgretolamento etico e sociale, all’insegna del mantra ‘there is no alternative’, dimenticando che l’uomo è artefice del suo destino: ciò che è stato fatto male può essere sempre demolito e ricostruito.

Ora, per conoscere le chance di effettiva partecipazione dell’Italia alla BRI è utile definire la natura dei protagonisti. Italia e Cina, oltre al diverso peso politico ed economico, presentano altre differenze. La Cina è un Paese indipendente in politica interna ed estera e sovrano della propria moneta. L’Italia è invece un Paese con scarso peso internazionale, politicamente subalterno agli Stati Uniti che vi mantengono una robusta presenza militare (incluse testate nucleari, in violazione del Trattato di Non Proliferazione, da entrambi sottoscritto).

Sul piano economico, poi, con l’adesione all’Unione Europea e all’Eurozona, l’Italia ha rinunciato alla sovranità istituzionale e monetaria, investendo in una chimerica prospettiva (gli Stati Uniti d’Europa) mai entrata nei radar dei Paesi regnanti (Germania e Francia), nell’ingenuo assunto che il vincolo esterno avrebbe risolto i suoi mali endogeni e che le decisioni europee sarebbero state adottate all’insegna della solidarietà e dei bisogni anche del popolo italiano.

È così iniziato quel processo di destrutturazione istituzionale della statualità democratica, che ha comportato la rinuncia ad una politica economica autonoma: la legge finanziaria deve essere approvata dalla Commissione Europea (CE) prima che dal Parlamento italiano, e la moneta, essenza di ogni Stato in quanto tale, deve essere chiesta in prestito ai mercati e autorizzata da una banca privata, la Banca Centrale Europea. Tutto ciò fa dell’Italia un Paese in via di sottosviluppo. È dunque velleitario negoziare alcunché con il gigante cinese su un piede di parità.

Qualcosa tuttavia è pur sempre possibile. Vediamo. Collaborare sulle infrastrutture nei Paesi situati tra Cina ed Europa – su questo avrebbe dovuto insistere il Memorandum d’Intesa (MoU) firmato in occasione della visita di Xi Jinping a Roma nel marzo scorso – richiede capacità industriali e finanziarie, peso internazionale e organizzazione, tutti profili di cui l’Italia è dotata in misura insufficiente, a prescindere dalla Cina. L’equilibrio commerciale e negli investimenti tra Italia e Cina andrebbe perseguito andrebbe perseguito a prescindere dal MoU perché così vuole il buon senso prima della scienza economica.

Il disavanzo annuale dell’Italia nei riguardi della Cina si aggira intorno ai 20 miliardi di euro, su un interscambio di 43/45 miliardi, un’asimmetria da affrontare in sede europea, poiché la politica commerciale dell’Unione è competenza della CE, la sola titolata a firmare accordi con Paesi terzi a nome e nel presunto interesse di tutti.

Un parallelo con gli Stati Uniti aiuta a comprendere. Washington ha con Pechino un deficit di 380 miliardi di dollari e uno con l’UE di 150 miliardi di dollari. Non è irragionevole, a parte i modi, che Trump solleciti un riequilibrio, minacciando di imporre dazi su prodotti cinesi e europei. Ora, il deficit europeo con Pechino supera i 185 miliardi di euro, vale a dire 200 miliardi di dollari: ci si aspetterebbe dunque una politica rivendicativa da parte della CE, nell’interesse di tutta l’Unione.

Nulla di tutto ciò, e la ragione è banale: la Germania è il solo Paese UE (a parte le irrilevanti Irlanda e Finlandia) a godere di un avanzo con Pechino (+18,3 miliardi) e non ha alcun interesse a sollevare la questione. Non è un segreto che la CE, e in generale la tecnocrazia europea, è dominata dagli interessi tedeschi. È arduo immaginare che la Commissione guidata dalla tedesca Von der Leyen decida di cambiare musica. Il riequilibrio UE-Cina porterebbe invero beneficio soprattutto all’Italia, che dopo l’uscita del Regno Unito registra il secondo deficit più elevato tra i Paesi UE.

A meno che l’attribuzione a Gentiloni del portafoglio economico, invece di favorire – è solo un esempio – il negoziato con la Cina, non sia strumentale ad una maggiore flessibilità sui nostri conti non tanto a favore di quegli investimenti di cui avremmo bisogno come il pane, ma per coprire il costo dell’accoglienza degli immigrati africani che il Nord Europa, che non intende rivedere gli accordi di Dublino, desira che restino in Italia, ma ai quali non siamo in grado di garantire lavoro e futuro.

Nei rapporti con Pechino, a prescindere dalla Via della Seta, il governo Conte 2 dovrà poi fare i conti con l’alleato-padrone americano, che già aveva mal digerito il MoU di marzo e che vede come il fumo negli occhi la prospettiva che la tecnologia cinese, non solo Huawei, soppianti quella americana in un Paese membro NATO, e sarà dunque necessario il via libera dell’America e delle sue corporation.

Invece di combattere una battaglia interdittiva destinata alla sconfitta, l’UE dovrebbe investire in un player espressione della tecnologia europea che, con uno sguardo alla sicurezza, distribuisse dividendi industriali a ogni nazione europea. Di ciò non v’è ombra in un’Europa dominata dal nazionalismo sovranista delle (ex) potenze continentali che inseguono un’egemonia fuori tempo.

Per l’Italia sulla carta i margini di partecipazione alla BRI sarebbero più ampi se solo la classe politica prendesse le distanze dalla tradizionale postura di subordinazione psicologica, prima ancora che politica, nei riguardi dei Grandi. Tornando al MoU, se Pechino lo ha sfruttato sul piano politico, essendo l’Italia il solo Paese del G7 che ha firmato un documento del genere, esso a rigore non sarebbe stato indispensabile per partecipare alla BRI: Germania e Francia, ad esempio, fanno affari di ogni genere con la Cina senza firmare alcuna intesa.

Sul piano etico, con la BRI la Cina dispone di un’occasione preziosa per migliorare il sistema economico internazionale, se vietasse ad esempio la partecipazione delle multinazionali che hanno residenze fittizie in paradisi off-shore per sfuggire alla tassazione nei Paesi dove producono reddito. Sarebbe poi un bene se i progetti BRI dessero spazio alle piccole imprese e non solo alle voraci corporazioni transnazionali. Pechino non ha sinora manifestato alcun intento in proposito e la comunità internazionale degli affari ancora meno. Peccato.

Tornando all’Italia, governo e mondo delle imprese dovrebbero identificare le (poche, ahimè) imprese italiane in grado di avventurarsi su grandi progetti nei Paesi centrasiatici, per battere imprese agguerrite e meglio sostenute dai rispettivi governi, come quelli nordeuropei. Inoltre, i progetti BRI non vengono finanziati a dono e dovranno quindi generare le risorse necessarie a rimborsare i capitali anticipati dalle banche. I cinesi poi cercheranno di assicurarsi i progetti con prospettive finanziarie vantaggiose, lasciando agli altri quelli più rischiosi, mentre i governi locali vorranno anche loro interferire nelle scelte finali.

La strada insomma è davvero in salita. Il recupero dovrebbe partire da un’onesta presa di coscienza (ma chi?) dei limiti strutturali del Paese per investire innanzitutto sulle risorse umane, giovani economisti poliglotti in primis, che insieme al mondo dell’Accademia e ai Centri di ricerca, e sulla base di un Coraggioso Pensiero Critico, potrebbero aprire nuovi orizzonti. La storia di un Paese non s’improvvisa, ma essa può avere un nuovo inizio. Oggi, nelle strutture pubbliche cambiano i vertici, ma fragilità e improvvisazione rimangono le stesse.

Alle parole trionfaliste – il solo campo nel quale siano esperti – pronunciate da politici dilettanti nei mesi scorsi sul tema “Via della Seta” ha fatto seguito poco o nulla. A parità di altre condizioni, la performance del Paese migliorerebbe di molto se gli imbarazzanti neo-ministri, privi di expertise, riuscissero a introdurre nell’alta burocrazia meccanismi di effettivo riconoscimento del merito, copiando i Paesi virtuosi e combattendo la ragnatela di corruzione, consorterie e massonerie che avviluppa la nostra Pubblica Amministrazione.




Le opinioni espresse dall’autore nell’articolo potrebbero non coincidere con quelle della Redazione.



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