Cina, 70 anni di progressi. In arrivo un nuovo numero speciale per la visita di Xi Jinping in Italia


Scenari Internazionali si fa in… due! Ad un mese dall’uscita di Destinazione Italia, trimestrale dedicato al settore turistico, la Redazione anticipa la nuova uscita in vista della visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping. Tanto si è parlato dell’ormai noto Memorandum d’Intesa che sarà firmato a Roma e che, a meno di clamorosi dietrofront dell’ultima ora, dovrebbe fare della Penisola il primo Paese del G7 ad aderire ufficialmente all’iniziativa Belt and Road, ovvero il progetto di ricostruzione in chiave moderna della Via della Seta lanciato nel 2013 dallo stesso Xi, e di cui Scenari Internazionali si è occupata sin dai suoi primi mesi di attività, quasi cinque anni fa. Ma cos’è la Cina oggi? Cosa sanno gli italiani del Paese di mezzo, della sua storia e del suo sviluppo?


A cura della Redazione
[Il testo seguente include estratti dall’editoriale del Direttore]



Il primo ottobre prossimo, la Repubblica Popolare Cinese compirà settant’anni di vita. Quando, nel 1949, Mao Zedong ne proclamò ufficialmente la fondazione da Pechino, tornata capitale dopo la parentesi repubblicana di Nanchino, l’immenso Paese asiatico era appena uscito dalla terza ed ultima fase di una guerra civile lunga ed estenuante fra le milizie comuniste, inquadrate nell’Esercito Popolare di Liberazione, già Armata Rossa Cinese, e quelle nazionaliste del Kuomintang, che aveva governato fino a pochi mesi prima il Paese a partire dal 1912, a seguito della rivoluzione guidata da Sun Yat-sen.

Dopo quella militare, operata tra il 1934 ed il 1935 per scongiurare le ultime campagne di annientamento ordinate dal generale nazionalista Chiang Kai-shek, sarebbe così cominciata per il popolo cinese un’altra Lunga Marcia, stavolta tutta tesa a costruire un nuovo sistema politico, economico e sociale in un Paese impoverito e devastato da oltre cento anni di guerre, invasioni, rivolte e carestie: un periodo cominciato nel 1839 con la prima Guerra dell’oppio e ricordato in Cina con l’emblematica definizione di secolo delle umiliazioni.

Si è trattato di un percorso lungo, articolato e complesso, favorito da enormi spazi di potenziale sviluppo in una nazione prevalentemente rurale, ma anche irto di ostacoli, difficoltà e momenti di crisi. Decisivo, ovviamente, è stato il ruolo giocato dalla politica di riforma e apertura inaugurata da Deng Xiaoping nel 1978. Tuttavia sarebbe sicuramente riduttivo e semplicistico attribuire il riscatto cinese esclusivamente alle grandi modernizzazioni realizzate nel corso degli ultimi quarant’anni nelle quattro macroaree di intervento individuate come prioritarie: agricoltura, industria, scienza/tecnologia e difesa.

C’è infatti un intero percorso, cominciato molto prima del 1949, che ha visto il popolo cinese liberarsi progressivamente dall’oppressione di eserciti stranieri impossessatisi di porzioni importanti del territorio nazionale e dalle residuali tracce di gerarchie politiche, modi e rapporti di produzione ormai anacronistici, per cominciare a rinnovare il Paese e proiettarlo nel futuro.

Mettendo a confronto le fotografie della Cina di allora con quelle di oggi, l’impatto visivo è impressionante. Alle importanti ma limitate conformazioni cittadine si sono sostituite gigantesche metropoli, quando non vere e proprie megalopoli, frutto di un processo di urbanizzazione senza precedenti nella storia, che ha visto in pochi decenni decine di milioni di persone abbandonare le campagne. Laddove sopravvivevano porti e scali improvvisati, fatiscenti o semidistrutti dai bombardamenti bellici, sorgono enormi hub dove braccia meccaniche di ultima generazione movimentano quotidianamente migliaia di container carichi di merci provenienti da tutto il mondo. In alcune delle valli e delle campagne dove le truppe agli ordini di Mao Zedong e Zhu De organizzavano la resistenza armata contro l’esercito imperiale giapponese e le milizie del Kuomintang, sfrecciano ogni giorno treni ad alta velocità pronti a trasportare milioni di professionisti, studenti o turisti da una città all’altra.

Soprattutto, quello stesso Paese che nel 1949 presentava ampie sacche di povertà estrema e deteneva un peso politico internazionale quasi irrilevante oggi è la seconda economia al mondo, la prima considerando il dato del PIL a parità di potere d’acquisto, la prima potenza commerciale, il primo investitore globale in infrastrutture e in energie pulite, il secondo in intelligenza artificiale e l’unico a racchiudere tre delle prime dieci borse al mondo per capitalizzazione azionaria: Shanghai (quarta), Hong Kong (quinta) e Shenzhen (ottava), collegate fra loro attraverso uno schema di Stock Connect, inaugurato nel novembre 2014.

La riforma strutturale dell’offerta, vero architrave della trasformazione del modello di sviluppo cinese, sta cercando di armonizzare il sistema Paese nella cosiddetta fase della nuova normalità, un periodo cominciato nel 2014 che vede ormai la Cina crescere a ritmi compresi tra il 6,5 e il 7%, cioè più lentamente rispetto ai tassi a doppia cifra del trentennio precedente. Forti sgravi fiscali a vantaggio di famiglie e imprese, soprattutto MPMI ed aziende innovative, si sono così accompagnati alla riforma delle grandi aziende statali, finalizzata al taglio della sovrapproduzione e alla riduzione della leva finanziaria, e ad un generale processo di semplificazione della macchina amministrativa che sta eliminando (o snellendo) leggi, regolamenti ed apparati pubblici ritenuti di ostacolo allo sviluppo.

Si tratta di un passaggio epocale che vede la Cina non semplicemente impegnata in una fase, in fin dei conti fisiologica, di terziarizzazione avanzata ma addirittura intenzionata a prendere in mano le redini della trasformazione digitale in atto a livello globale. Dall’automazione all’e-commerce, dall’intelligenza artificiale alla mobilità sostenibile, dalla rete 5G alla realtà aumentata, nel Paese asiatico grandi firm, medie aziende, piccole realtà o semplici start-up sono da tempo in fermento per venire incontro alle esigenze di una società sempre più evoluta e di un’economia dove sono ormai i consumi, e non più le esportazioni, a fare da traino principale.

Sul piano politico resta ora da capire come le economie avanzate, in particolare quelle occidentali, vorranno porsi di fronte a questa situazione. Come si comporteranno rispetto ad una Cina rinnovata, che siede al loro stesso tavolo per discutere alla pari in merito alle tante questioni della governance globale? Se anche Donald Trump, come pare dagli ultimi sviluppi negoziali, dovesse trovare un accordo definitivo con la Cina, cosa accadrebbe dopo di lui? In ogni caso, cosa farebbe l’Europa? Dalle risposte a queste domande dipenderanno gli equilibri del secolo in corso, perché Pechino, un po’ per sua stessa volontà e un po’ per ragioni oggettive, si è fatta ormai emblema ed alfiere di tutti i Paesi emergenti o in via di sviluppo del nostro tempo.

Inutile girarci intorno. Accettare, dopo almeno tre secoli di predominio geopolitico, l’idea di non essere più i soli interpreti e pionieri dello sviluppo globale e di dover necessariamente ampliare lo spazio delle decisioni ad altri attori è l’unica strada percorribile se si vuole davvero costruire un ordine internazionale più giusto, più equo e più meritocratico, ovvero più democratico. In questo senso, la Cina per noi sarà non solo un’opportunità ma anche un banco di prova.




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