Cina. Shanghai Surprise 2020, ‘Città di Luce ed Ombra’ in equilibrio tra mille contrasti


A distanza di oltre cinque anni dalle nostre ultime trasferte a Pechino, Shanghai e Xi’an, Scenari Internazionali vola di nuovo in Cina con due inviati esterni in visita nella capitale per osservare da vicino i passi in avanti compiuti dal gigante asiatico. Stavolta, il filo conduttore è legato alla rigenerazione urbana, alla tutela del patrimonio storico-culturale e alla sostenibilità, ambiti in cui il governo cinese sta cercando di compiere il massimo sforzo per consegnare alle future generazioni un Paese più bello, curato e pulito, migliorando al contempo i servizi al cittadino e al turista.


Dai nostri inviati


SHANGHAI – L’effetto Shanghai Surprise, secondo il folklore marinaro dell’epoca di Melville e di Conrad, era quello che colpiva i marittimi reclutati con metodi poco ortodossi e ritrovatisi, una volta smaltiti i fumi di diversi stati di stupore, imbarcati su bastimenti diretti verso la confluenza tra il Fiume Azzurro e il Fiume Huangpu, dove appunto sorge l’importante porto commerciale.

Oggigiorno, con le pratiche di ingaggio marinaro evidentemente evolutesi oltre tali stratagemmi, la locuzione potrebbe essere riutilizzata per indicare lo stupore provato dai visitatori che dovessero raggiungere la metropoli dopo aver in precedenza “sperimentato” la Cina moderna soltanto a Pechino.

Nel 1924, in piena Età del Jazz, lo scrittore S. Muramatsu coniò per Shanghai il nomignolo Modu, letteralmente “Città dei Demoni”, più correttamente traducibile con Città di Luce ed Ombra, a sottolinearne i perenni e stridenti contrasti. È veramente una sorpresa non da poco verificare come, laddove Pechino, metropoli del Nord, mantenga una gravitas in cui mescola la propria posizione geografica, i rigori climatici dovuti alla vicinanza con catene montuose e vaste pianure nonché l’aspetto compassato di ganglio politico centrale di uno Stato di quasi un miliardo e mezzo di abitanti, Shanghai oggi – ma probabilmente anche al tempo di Moby Dick e di Nostromo – sappia coniugare sfarzo, gioia, lusso, caos ed una certa aria “equivoca” che l’accomunano a tante altre città portuali, non solo dell’Oceano Pacifico.

Con il 2019 terminato da pochi giorni, un altro paragone che sale prepotente alla mente quando si osserva lo skyline dei suoi grattacieli ipermoderni, affollati di scritte luminose e megaschermi, è quello con la supermetropoli del Blade Runner cinematografico, collocata però sul lato asiatico del Pacifico, anziché – come nella pellicola degli anni Ottanta – su quello californiano.

Shanghai, del resto, è città abituata a stupire gli occhi di quanti la visitino la prima volta, esattamente come successe settantuno anni fa ai militari dell’Armata Rossa cinese che, entrandovi da conquistatori vittoriosi dopo intensi scontri con le forze del Kuomintang, si trovarono di fronte a viali di ricercata architettura Liberty ed Art Noveau, lungo i quali occhieggiavano lussuosi hotel, club, locali e ritrovi in precedenza preferiti da visitatori stranieri, ricchi mercanti, ufficiali del Kuomintang ed occupanti giapponesi.

Qualcosa di quella Shanghai degli Anni Ruggenti è sopravvissuto fino a questo primo ventennio di XXI secolo, le sue vestigia impreziosiscono la distesa di palazzi e grattacieli recenti e recentissimi, come accade nell’area del Bund, viale di passeggio, commercio e relax che corre nel centro cittadino fino ad intersecarsi con la promenade del lungofiume.

Appena al di là del vasto corso fluviale svettano, come guglie futuribili di vetro e cemento, le silohuette degli edifici più alti della città, su cui domina incontrastata la Shanghai Tower, un megaedificio alto 632 metri, dotato di un osservatorio panoramico al 118esimo piano raggiungibile in meno di mezzo minuto con un ascensore capace di percorrere, in salita, quasi 18 metri al secondo.

La predilezione di Shanghai ad accogliere e confrontarsi con stranieri, visitatori e turisti, del resto, è visibile e verificabile anche in tanti piccoli dettagli della vita quotidiana della città. Nei numerosi alberghi, la scelta di pietanze occidentali presente nei menù è più ricca e variegata che altrove; in alcuni di essi, addirittura, coltello e forchetta sono abitualmente offerti all’ospite a fianco del coperto, mentre per ricevere le tradizionali bacchette bisogna richiederle appositamente al personale.

Starà ora alla preparazione e alla lungimiranza dei nostri operatori di settore e degli amministratori – locali e non – riuscire a sintonizzarsi sulle esigenze e peculiarità dei crescenti flussi turistici cinesi in uscita, pena la perdita di un mercato di primaria importanza, che altrimenti si rivolgerà verso altre mete europee, a partire da quelle francesi.

Tornando alle peculiarità e alle caratteristiche di Shanghai che potrebbero maggiormente interessare gli stranieri in visita meritano senz’altro menzione alcune destinazioni turistiche fortemente caratteristiche dal punto di vista artistico e culturale che almeno in parte contraddicono, e quasi smentiscono, l’affermazione degli abitanti locali secondo la quale Shanghai sarebbe poco ‘dotata’ di simili attrattive. Stiamo parlando del Giardino del Mandarino Yu, del Tempio del Buddha di Giada e del Museo Archeologico.

Il primo, costruito originariamente come buen retiro del governatore imperiale da cui prende il nome, avvince ed affascina i visitatori con la sua interpretazione altamente originale e raffinata del concetto di Giardino Cinese, con i suoi ponti e le sue passerelle su laghetti e ruscelli ricchi di carpe e tartarughe, il suo ponte a zig-zag che tiene lontani spiriti maligni, i suoi padiglioni e saloni separati da sentieri che si snodano tra rocce fluviali e lacustri di fogge suggestive e mirabili, bonsai ultracentenari ed alberi di stazza imponente come un Ginko Biloba di ben quattro secoli.

Il secondo fu realizzato a partire dalla donazione, ad opera di un monaco itinerante del Myanmar, di due statue del Buddha realizzate in pregiatissima giada bianca, nota anche come “Grasso di Montone” per via del suo candore. I manufatti, di cui uno, veramente imponente, del peso di circa una tonnellata, sono ospitati in un complesso votivo che, pur nella sua relativa grandezza, sembra oggi letteralmente “assediato” dalla crescita della città moderna al suo esterno, rappresentando un piccolo “fortino” di spiritualità orientale che resiste nel cuore di una metropoli concentratissima sugli affari, sui beni di lusso e sugli altri aspetti del mondo materiale, da cui il Buddhismo raccomanda la separazione e la rinuncia.

Il Museo Archeologico, infine, è un maestoso ed imponente complesso, che non sfigurerebbe affatto se paragonato ad altri delle principali capitali europee. Purtroppo, come capita anche nel caso di molti musei del nostro continente, una sua visita approfondita e minuziosa richiederebbe un periodo di tempo che il turista moderno quasi sicuramente non ha a disposizione.

Per coglierne almeno i tratti salienti è opportuno visitarlo in un giorno feriale dedicando particolare attenzione, oltre alle sale delle giade e delle ceramiche, grandi classici della millenaria cultura cinese, anche alla collezione numismatica, dove sono presenti esemplari di monete collegate al commercio sulla storica Via della Seta, e soprattutto alle sale delle culture etniche locali e regionali, che meglio di qualunque discorso o conferenza offrono prove evidenti della tradizionale attenzione riservata, dapprima in epoca imperiale e oggigiorno dalla Repubblica Popolare, alla tutela e all’armonizzazione delle variegate e complesse componenti della comunità nazionale.

Per i più sensibili ai messaggi politici che non alle prescrizioni religiose, inoltre, a non troppa distanza, tra gli edifici coloniali del Quartiere Francese, si trova il museo che ricorda la fondazione, avvenuta quasi in sordina nel 1921, del Partito Comunista Cinese. Che esso sia nato proprio a Shanghai rappresenta l’ennesima apparente contraddizione della “Città di Luce ed Ombra”.




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