Cina. Tra sostenibilità, rigenerazione e tutela del patrimonio, Pechino traina il resto del Paese


A distanza di oltre cinque anni dalle nostre ultime trasferte a Pechino, Shanghai e Xi’an, Scenari Internazionali vola di nuovo in Cina con due inviati esterni in visita nella capitale per osservare da vicino i passi in avanti compiuti dal gigante asiatico. Stavolta, il filo conduttore è legato alla rigenerazione urbana, alla tutela del patrimonio storico-culturale e alla sostenibilità, ambiti in cui il governo cinese sta cercando di compiere il massimo sforzo per consegnare alle future generazioni un Paese più bello, curato e pulito, migliorando al contempo i servizi al cittadino e al turista.


Dai nostri inviati


PECHINO – Coloro che dalle porte principali della Città Proibita si incamminino prima verso Piazza Tien An Men e poi incontro ai monumenti e alle decorazioni delle dimore imperiali erette a partire dalla Dinastia Ming potrebbero rimanere sorpresi sapendo che il loro tragitto di scoperte artistiche e architettoniche rientra in un numero chiuso giornaliero di accessi.

Le autorità cinesi, infatti, limitano ad 80.000 il numero di visitatori che quotidianamente possono esplorare e percorrere il complesso monumentale; tale decisione, assunta in anni recenti, serve a limitare l’impatto usurante di un afflusso che potrebbe, a lungo andare, farsi nocivo su strutture realizzate interamente in legno, intonaco, ceramica e altri materiali particolarmente sensibili all’impatto del turismo di massa.

Adeguando le moderne tecnologie allo sforzo di tutela, un sistema di prenotazioni esclusivamente on-line assicura che nessuno rimanga – nelle giornate di pienone – deluso fuori dai cancelli dell’area.

Oltre a tale misura cautelativa, tutto ciò è anche funzionale agli interventi di restauro conservativo di settori della Città Proibita [la dimora dell’ultimo Imperatore Pu Yi, ad esempio, è transennata e sottoposta a un minuzioso maquillage fin dal 2015] che si affidano le speranze – irrobustite e sistematizzate anche grazie al contributo di consulenti ed esperti di beni culturali formatisi in Italia – di tramandare alle future generazioni le testimonianze del passato imperiale della capitale.

Tali attenzioni sono assolutamente tempestive e necessarie se si considera, anche solo grazie ad una cursoria ricognizione aerea, il processo di metamorfosi spaziale e urbanistica sperimentato da Pechino nel corso delle ultime quattro decadi, da quando Deng Xiaoping diede inizio al periodo di riforme e apertura.

Un visitatore che avesse attraversato la capitale cinese negli anni Settanta rimarrebbe letteralmente esterrefatto notando come attorno al dedalo di viottoli e cortiletti degli Hutong [le unità abitative della cosiddetta Città del Popolo, che in una vasta ma precisa serie di riquadri a scacchiera allineavano abitazioni private, piccoli negozi e locande tradizionali, nda] si siano prodigiosamente estesi anelli concentrici sempre più vasti e densi di edifici moderni e modernissimi, che oggigiorno arrivano fino alla Sesta Circonvallazione, lambendo con le loro propaggini i terreni di quelli che in passato erano di fatto i distretti agricoli della capitale, il cui valore immobiliare è cresciuto, di anno in anno, in maniera prodigiosa.

Rivalutazione notevole, che tuttavia impallidisce e persino sfigura se confrontata con quella dei metri quadri degli stessi Hutong che, in virtù della loro posizione centralissima, potrebbero essere acquistati a peso d’oro, qualora fosse possibile demolirli e sostituirli con condomini o grattacieli.

Demolizioni e sostituzioni espressamente proibite da appositi provvedimenti e decreti di salvaguardia, con cui il governo cinese estende anche alla Città del Popolo una parte dell’attenzione che riserva alla Città Proibita e ai suoi monumenti, nello sforzo di difendere un aspetto fondamentale dell’anima e dell’identità urbanistica della Pechino tradizionale dagli assalti di una modernizzazione frettolosa o, anche peggio, irrispettosa delle vestigia del passato.

Che tali interventi dall’alto possano avere buona riuscita ed esiti positivi lo si evince anche verificando come le asfissianti e minacciose cappe di smog che incombevano sulla Pechino dei tardi anni Novanta e dei primi anni Duemila siano, al giorno d’oggi, divenute solo un ricordo, grazie alla combinazione di spostamento di stabilimenti inquinanti, riconversione dei sistemi di riscaldamento più impattanti e incentivazione della mobilità personale ibrida ed elettrica, oltre alla costruzione di una massiccia e capillare rete di trasporto pubblico specialmente sotterraneo, con le reti della metropolitana passate da 3 a 21 nel giro di pochi anni.

Un’attenzione alla vivibilità della capitale che si accompagna alla meticolosa attenzione alla pulizia e al decoro urbano, che rende Pechino una realtà esemplare in un panorama internazionale in cui la locuzione “metropoli asiatica” è purtroppo ancora spesso legata a immagini di caos, confusione o igiene approssimativa. Lo scenario cambia di poco o punto anche inerpicandosi fino alle pendici delle Rondini, le montagne che cingono Pechino a nord, per visitare le sezioni della Grande Muraglia che corrono più prossime alla capitale cinese.

La pulizia, l’efficienza dei servizi ai visitatori e la razionalità degli impianti (tutti nuovissimi) ad essi dedicati, denotano da subito come la Cina abbia ogni intenzione di edificare un modello di sviluppo efficiente, attento alla sostenibilità e alla difesa delle tipicità culturali anche in altre zone e regioni del Paese, dopo averlo sperimentato con pieno successo nella capitale.

Significativa, poco prima della rampa di scalini finale che garantisce l’accesso ai bastioni della Muraglia, la lastra commemorativa degli sforzi congiunti per la salvaguardia del sito monumentale e del patrimonio di Venezia, dichiarazione d’intenti che prospetta un rinnovo di legami tra Italia e Cina che fecero epoca, fin dai tempi dei Polo e di Giovanni da Pian del Carpine.




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