Cinque leader protagonisti nel durissimo 2020, le loro economie ripartiranno prima e meglio



A cura della Redazione


Si sta per chiudere un anno molto difficile per il mondo intero. La pandemia di Covid-19, sigla medica ormai entrata tristemente nella nostra quotidianità, ha messo in crisi certezze consolidate fino a dodici mesi fa. Come già sottolineato dal nostro direttore nell’editoriale pubblicato la scorsa settimana, l’emergenza sanitaria ha messo definitivamente a nudo una serie di problemi e di mancanze, che per troppo tempo sono stati evidentemente sottostimati in numerosi Paesi avanzati, come Stati Uniti, Belgio, Svezia, Francia, Regno Unito ed Italia, dove sono risultati contagiati dal virus rispettivamente il 6,03%, il 5,52%, il 4,22%, il 3,93%, il 3,51% e il 3,42% della popolazione nazionale, con tassi di mortalità pari a 1,73%, 3,01%, 1,97%, 2,48%, 3% e 3,53%.

Se è indispensabile che l’intero pianeta riparta quanto prima per scongiurare il rischio di una recessione globale prolungata, d’ora in avanti sarà impossibile per chiunque ignorare l’inscindibile legame esistente tra economia e salute, sviluppo e benessere, crescita e sostenibilità. La politica del futuro sarà sempre più caratterizzata dalla capacità di risolvere problemi, rendere le economie competitive e creare pari opportunità di realizzazione individuale.

I sistemi politici si divideranno principalmente in funzionali e disfunzionali, superando vecchie dicotomie ormai anacronistiche. Ciascuna dirigenza politica dovrà essere così valutata soltanto sulla base dei risultati ottenuti, al di là dei colori politici, delle tendenze ideologiche, del complesso di valori e della cultura di appartenenza.

Partendo da questi criteri abbiamo selezionato cinque leader che, a nostro avviso, si sono resti protagonisti in questo 2020 affrontando al meglio delle possibilità l’emergenza sanitaria e creando le condizioni per una rapida ripresa nei propri Paesi. Chiaramente si tratta di una valutazione generale, non di una classifica, che avrebbe ben poco senso considerando la differenza tra i rispettivi contesti. L’ordine di presentazione è dunque esclusivamente alfabetico, in base all’/alle iniziale/i del cognome.




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ILHAM ALIYEV
Con un totale di 216.584 casi di contagio e 2.575 decessi, l’Azerbaigian è uno dei Paesi meno colpiti dal Covid-19 nella regione eurasiatica. Fin’ora, infatti, soltanto il 2,12% della popolazione è entrato in contatto con il temibile virus, che nella nazione caucasica ha registrato un tasso di mortalità pari all’1,18%. A partire dall’incidente nel distretto di Tovuz dello scorso luglio, si è poi riaccesa la tensione con l’Armenia che ha portato ad un nuovo confronto militare nel Nagorno Karabakh, durato dal 27 settembre al 10 novembre. Nel difficile contesto pandemico, l’esercito azerbaigiano è riuscito in poche settimane ad annientare le forze separatiste filo-armene e riconquistare, dopo oltre trent’anni, numerose città e villaggi, imponendo di fatto le condizioni per la risoluzione del conflitto a proprio favore. Dopo l’accordo trilaterale del 10 novembre tra Azerbaigian, Armenia e Russia, che ha stabilito la restituzione a Baku di tutti i territori sottratti, e l’ingresso del gasdotto TAP nella fase operativa, il 2020 vede il presidente Aliyev tra i principali protagonisti internazionali. Per quest’anno, il PIL è previsto in contrazione del 2,2% ma il nuovo piano di investimenti per lo sviluppo dei distretti riconquistati contribuirà alla ripresa.



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JACINDA ARDERN
Con un totale di soli 2.151 casi di infezione e appena 25 decessi, la Nuova Zelanda si è fin qui affermata come un modello virtuoso a livello mondiale nella gestione dell’emergenza Covid-19. La particolare geografia del Paese è stata senz’altro d’aiuto, ma il suo elevato livello di internazionalizzazione ed i suoi legami politici, storici e culturali con il Regno Unito e gli altri Reami del Commonwealth non ne fanno certo un territorio isolato dal resto del mondo. Ad oggi, soltanto lo 0,044% dei neozelandesi è risultato contagiato ed il tasso di mortalità si attesta all’1,16%. Le misure adottate dal governo guidato dalla giovane premier Jacinda Ardern – quarant’anni compiuti lo scorso luglio – stanno già risollevando l’economia neozelandese, con una forte ripresa a ‘V’ nel terzo trimestre (+14% rispetto al periodo aprile-giugno) dopo il crollo di tre mesi prima, segnando addirittura una crescita dello 0,4% su base annua. Un risultato giudicato sorprendente da diversi analisti, che lascia facilmente ipotizzare un deciso recupero nel 2021 e nel 2022 grazie agli elevati livelli di competitività del Paese, da quattro anni consecutivi in testa alla classifica del rapporto Doing Business pubblicato dalla Banca Mondiale.



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LEE HSIEN LOONG
Singapore si è confermata un’eccellenza internazionale anche nell’emergenza Covid-19. L’elevato livello di internazionalizzazione della città-stato asiatica ed i suoi intensi scambi commerciali, professionali, turistici e universitari con molti dei Paesi più colpiti hanno messo più volte alla prova la sua riconosciuta capacità organizzativa e la sua solida economia. Eppure, ad undici mesi di distanza dal primo caso di contagio confermato nella metropoli, soltanto lo 0,99% della popolazione è stato colpito dal virus, per un tasso di mortalità pari allo 0,049%, tra i più bassi al mondo. Similmente alla Nuova Zelanda, anche Singapore ha registrato un’immediata ripresa nel terzo trimestre, con un +9,2% sul secondo trimestre, quando il PIL era sceso del 13,2%. Se per quest’anno le previsioni parlano di una significativa contrazione, compresa tra il 6 e il 6,5%, per il 2021 si prefigura una crescita tra il 4 e il 6%. Il primo ministro Lee Hsien Loong, che guida il governo dal 2004, ha recentemente confermato l’efficacia dei test antigenici rapidi introdotti per le categorie più a rischio, in un Paese dove la popolazione residente over-65 è in costante crescita da diversi anni, rimarcando la necessità di una stretta cooperazione a tutto campo, a livello sia regionale che internazionale, nell’ottica della ripresa.



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MOON JAE-IN
Riconosciuto globalmente come uno dei più efficaci nell’opera di diagnosi, tracciamento e contenimento del virus, il sistema sanitario sudcoreano si è guadagnato l’attenzione internazionale durante la scorsa primavera per aver immediatamente domato e limitato il pericolosissimo focolaio epidemico emerso tra febbraio e marzo nella città meridionale di Daegu. Il presidente Moon Jae-in ha compiuto una vera e propria impresa evitando che il virus si estendesse a macchia d’olio anche nella vicina Busan e nell’Area di Seoul Capitale, un agglomerato altamente connesso nel Nord del Paese formato dalla stessa Seoul, Incheon e l’intera provincia del Gyeonggi, dove risiedono complessivamente circa 25 milioni di abitanti, cioè quasi la metà della popolazione nazionale. Soltanto lo 0,11% dei sudcoreani è stato fin qui contagiato dal SARS-CoV-2, con un tasso di mortalità dell’1,47%. Malgrado permangano le preoccupazioni per la stagnazione dei servizi e per un recupero solo parziale (100.000 unità) dei posti di lavoro persi quest’anno (170.000 unità), le previsioni per il prossimo futuro sono globalmente positive. L’economia coreana dovrebbe limitare notevolmente i danni in questo 2020, con una contrazione di poco superiore all’1%, per tornare a crescere il prossimo anno (+3,1%), trainata dall’export di beni.



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XI JINPING
La Cina è stata a lungo bersaglio degli organi di stampa stranieri per la gestione iniziale a Wuhan, primo focolaio accertato. Tuttavia, le evidenze fin qui acquisite non consentono di affermare che il salto di specie da cui è emerso il patogeno sia avvenuto nel Paese di mezzo. Tracce del virus in campioni risalenti a marzo e settembre 2019 sono state infatti individuate rispettivamente in Spagna e in Italia. Malgrado le aggressive campagne mediatiche, tra Covid-19, Hong Kong, Taiwan e Xinjiang, Pechino ha alzato il livello della cooperazione internazionale, mettendo già dal 12 gennaio a disposizione del mondo le sequenze genomiche del virus, divulgando una corposa documentazione sanitaria, inizialmente ignorata o sminuita, ed inviando aiuti in tutto il mondo. A gennaio il presidente Xi Jinping ha imposto un duro lockdown a Wuhan, calibrando i provvedimenti nel resto del Paese. Questo ha fatto sì che solo lo 0,006% della folta popolazione cinese sia fin qui risultata contagiata, a fronte di una mortalità del 5,2%, piuttosto alta proprio per via del basso numero di infezioni. Il contenimento del virus e la spinta dei consumi interni consentiranno una crescita intorno al 2% quest’anno (contro il +6,1% del 2019) e all’8% nel 2021. Sono stati inoltre centrati due obiettivi inseguiti a lungo: l’eliminazione della povertà assoluta e la firma del Partenariato Economico Regionale Globale (RCEP) con altri 14 Paesi della regione Asia-Pacifico.




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Le statistiche relative all’emergenza Covid-19 sono elaborate sulla base dei dati Worldometer aggiornati al 29/12/2020



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