Costruzioni. Regina De Albertis: Sblocca-cantieri primo segnale per il settore ma ora serve più coraggio


Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Decreto-Legge 32/2019 in materia di “Disposizioni urgenti per il rilancio del settore dei contratti pubblici, per l’accelerazione degli interventi infrastrutturali, di rigenerazione urbana e di ricostruzione a seguito di eventi sismici”, il governo Conte ha voluto dare una prima risposta alle imprese della filiera edilizia che attendevano da tempo novità non solo per sbloccare i tanti cantieri fermi in giro per l’Italia, ma anche per semplificare il quadro normativo piuttosto complesso introdotto circa tre anni fa dal Decreto Legislativo 50/2016. Abbiamo contattato Regina De Albertis, presidente di ANCE Giovani, per capire il punto di vista degli operatori di settore.


A cura della Redazione


Regina De Albertis
Presidente De Albertis, bentornata su Scenari Internazionali. Lo scorso 19 aprile è entrato in vigore il Decreto-Legge 32/2019, noto comunemente come “Sblocca Cantieri”. Trenta articoli suddivisi in tre capi, con due allegati riferiti alle aree colpite del Molise e della provincia di Catania. Quali sono le principali linee-guida del Decreto? Si sbloccheranno davvero i cantieri?
Il Decreto si muove su due grandi direttrici: misure in materia di opere pubbliche e disposizioni in tema di rigenerazione urbana e ambiente. Come ANCE possiamo dire che il provvedimento rappresenta un primo segnale di attenzione per il nostro settore che ha terribilmente sofferto in questi anni di crisi. In particolare sono positive alcune modifiche del Codice degli Appalti, ad esempio il fatto che il sistema di aggiudicazione del massimo ribasso è pressoché sparito, come anche la restrizione della procedura negoziata che va in un’ottica di maggiore trasparenza. Ma senza dubbio serviva più coraggio per quanto riguarda il funzionamento della Pubblica Amministrazione, soprattutto per le norme riguardanti il danno erariale e l’abuso d’ufficio per i funzionari, elementi che bloccano la firma di ogni amministratore. Adesso speriamo in modifiche in Parlamento che mettano la PA in grado di operare realmente.

Una delle modifiche apportate al d.lgs. 50/2016, riguardante l’Art. 80 comma 4, inserisce la possibilità di escludere un operatore economico dalla partecipazione ad una procedura d’appalto «se la stazione appaltante è a conoscenza e può adeguatamente dimostrare che lo stesso non ha ottemperato agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse o dei contributi previdenziali non definitivamente accertati». Questo potrebbe danneggiare quelle tante aziende che, in attesa di essere saldate da debitori insolventi, non sono riuscite ad ottemperare agli obblighi fiscali?
Sì, il problema è proprio questo: se l’impresa ha ricevuto un avviso di accertamento, già dal giorno dopo può essere esclusa dalla gara. Questa misura, quindi, attribuendo rilevanza agli accertamenti non definitivi, rischia di tagliare fuori dal mercato molti operatori economici di fatto fiscalmente regolari, esponendoli ad una penalizzazione eccessiva e del tutto sproporzionata rispetto a una violazione che, spesso, viene riconosciuta come inesistente.

Per quanto riguarda l’aggiudicazione dei contratti per servizi e forniture di particolare contenuto tecnologico o di carattere innovativo, pari o superiore a 40.000 euro, vale unicamente il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Crede che questo tuteli le aziende più innovative o, piuttosto, le sfavorisca?
Sicuramente questo criterio rende le gare un po’ più onerose perché un conto è presentare un massimo ribasso e un conto è presentare una soluzione progettuale. Le imprese che hanno un know-how maggiore e che hanno investito nella patrimonializzazione professionale della propria impresa sono avvantaggiate.

Negli ultimi mesi si è a lungo tornato a parlare dell’alta velocità Torino-Lione, forse l’emblema, o per lo meno la più famosa, delle opere incompiute in Italia. Lo scorso febbraio, il presidente di ANCE, Gabriele Buia, aveva affermato che «ogni miliardo di mancati investimenti comporta 15.000 posti di lavoro in meno tra diretti e indiretti». In Italia, la situazione delle infrastrutture, non solo ferroviarie, è drammaticamente all’ordine del giorno. Crede che il Decreto vada nella giusta direzione in questo senso?
Il caso della Torino-Lione è paradossale: trovo assurdo fermare un’opera già iniziata, dopo 3 accordi internazionali siglati e 20 passaggi al CIPE. Dice bene il presidente Buia: chi pagherà il conto della mancata occupazione e del mancato sviluppo del territorio? Per non parlare della credibilità dell’Italia. Quale investitore crederà più negli accordi siglati dal nostro Paese? Ma è assolutamente vero che la carenza di infrastrutture riguarda tutto il territorio nazionale: lo stato di salute delle grandi e delle piccole opere in Italia oggi è pessimo e questo vuol dire meno sicurezza, meno benessere, meno qualità della vita. Il problema è che le risorse stanziate per le opere pubbliche non si riescono a trasformare in cantieri, i tempi di realizzazione di un’opera sono biblici. Bisogna riuscire a intervenire su una burocrazia ingessata che ci sta condannando all’immobilismo. In questo senso, come dicevo, il decreto crescita sarebbe dovuto intervenire con maggiore determinazione.

Nell’incipit del testo del Decreto si parla anche di rigenerazione urbana, un altro capitolo importante nella trasformazione in senso smart delle nostre città. Anche qui, il divario fra Centro-Nord e Sud della Penisola, seppur con qualche eccezione, è ancora molto ampio e c’è ancora molto lavoro da fare. Come i concetti di sostenibilità e circolarità stanno cambiando il settore delle costruzioni? Quanto sono ricettive le imprese italiane rispetto ai nuovi criteri richiesti dall’urbanistica dei nostri tempi?
La rigenerazione urbana, ossia il recupero del tessuto urbano delle nostre città rappresenta un’opportunità che non possiamo rischiare di perdere né come cittadini né come industria delle costruzioni con la relativa filiera. Da un lato significa riportare all’uso quotidiano “parti urbane” spesso importanti e anche storiche attraverso interventi non solo urbanistici, edilizi e architettonici ma pure di natura ambientale, se necessario, con bonifiche di vario livello. Dall’altro significa operare nella logica del “non consumo del suolo” e, se possibile, anche della sua rinaturalizzazione. Se tutti noi – cioè operatori delle costruzioni, amministrazioni pubbliche e mondo della finanza – non saremo in grado di attivare questo processo la sfida del millennio è persa non solo rispetto alle altre realtà europee, ma anche per il nostro Paese.
Non consumo del suolo, criteri ambientali minimi per le opere pubbliche, recupero dei materiali da demolizione e conseguente impiego di materiali provenienti, a loro volta, da processi di recupero, riduzione delle emissioni più in generale e dei consumi energetici ecc. …, sono tutti passaggi che delineano sia singolarmente che nel loro insieme la tendenza alla sostenibilità di processo e di prodotto che le imprese stanno attuando nonostante la crisi pluriennale.
Le imprese vorrebbero vivere la stagione di un’urbanistica delle opportunità e non dell’accettazione di criteri astratti stabiliti da altri, spesso senza riferimenti alla domanda e quindi al mercato. Fare impresa equivale a svolgere un’attività economica che deve portare a risultati complessivamente sostenibili sotto ogni punto di vista e di questo l’urbanistica e la pianificazione territoriale debbono tenere conto.




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