Davos. La globalizzazione di Xi Jinping è la multipolarità

di Andrea Fais

Le parole pronunciate dal presidente Xi Jinping in occasione della 47a edizione del Forum Economico Mondiale di Davos hanno sorpreso soltanto i più distratti. Il discorso del leader asiatico durante la sua permanenza nella cittadina svizzera – dove ogni anno capi politici, imprenditori ed economisti si riuniscono per discutere intorno ai principali temi economici del momento – ha chiamato in causa la globalizzazione, cercando sostanzialmente di difenderne il portato storico dalle accuse più infondate. Da tempo, la Cina si sta proponendo come alfiere di un processo di revisione e ridefinizione dell’architettura economica e finanziaria globale secondo criteri tali da lasciare che siano la competitività e la capacità di innovazione a determinare gli equilibri internazionali e da superare i pregiudizi e le ostilità legati alla concezione del pianeta maturata durante la Guerra Fredda. Non a caso, da diversi anni, nei rapporti del governo cinese la parola “globalizzazione” è spesso affiancata alla parola “multipolarismo” quasi in un rapporto di causa-effetto.

Il recente monito del fondatore del Forum di Davos, Klaus Schwab, a non confondere la globalizzazione con l’arbitrio indiscriminato dei mercati, lasciava già intendere da giorni i punti salienti che i partecipanti avrebbero affrontato nel quadro di un’edizione dedicata proprio al tema della Leadership Responsabile e Reattiva. Xi Jinping, tuttavia, si è spinto oltre e ha definito la globalizzazione come «un vasto mare da cui non si può sfuggire» ma in cui bisogna «saper nuotare», non esitando a descrivere la crisi finanziaria internazionale come il risultato «di un’eccessiva ricerca del profitto da parte del capitale finanziario» e «del grande fallimento delle regolamentazioni finanziarie». Il presidente cinese non dice nulla di sconvolgente quando afferma che chiamarsene fuori, ricorrendo al protezionismo, sarebbe come rinchiudersi in una stanza buia, dove senz’altro ci si può riparare dalle intemperie dell’ambiente esterno ma dove sicuramente mancherebbero la luce e l’aria.

Da più di due anni, con la nostra rivista cerchiamo, anche nell’interesse della nostra comunità imprenditoriale, di ricorrere ad una chiave di lettura ponderata e razionale del processo di globalizzazione, partendo esattamente dall’idea della doppia valenza di un fenomeno che ormai caratterizza il sistema in cui viviamo, produciamo e consumiamo. Da un lato, possiamo considerare la globalizzazione nella sua dimensione “soggettiva”, quella più marcatamente politica, che ha segnato lo scenario degli anni Novanta, quando gli Stati Uniti, vinta la Guerra Fredda, cercarono di espandere la propria sfera d’influenza e di riprodurre il loro modello di sviluppo un po’ ovunque nel pianeta. Diversi anni fa, l’analista polacco-statunitense Zbigniew Brzezinski definì quella fase “idealista” come il tentativo da parte di Bill Clinton di fare della politica estera una semplice estensione della politica interna. Dal palco di Davos, invece, Xi Jinping ha rimarcato che «nessun Paese dovrebbe vedere il proprio modello di sviluppo come l’unico praticabile». Dall’altro lato, dobbiamo considerare la globalizzazione nella sua dimensione “oggettiva”, quella più strettamente economica, che ha allargato la rete degli investimenti e dei commerci nel mondo, ha permesso ad aree poco o scarsamente sviluppate di acquisire nuove capacità e ha effettivamente contribuito a ridurre la povertà mondiale.

È proprio a questa seconda valenza, molto concreta, della globalizzazione che Xi Jinping fa riferimento, specie quando afferma che «dal punto di vista storico, la globalizzazione economica è il prodotto della crescente produttività sociale ed è il naturale risultato dei progressi scientifici e tecnologici, non la creazione da parte di un individuo o di un Paese in particolare». Anche quando il presidente cinese menziona le contraddizioni del nostro tempo, citando un passo del celebre romanzo Racconto di due città di Charles Dickens, sembra continuare a riferirsi a questa ambivalenza – economica e politica – del processo di globalizzazione: da una parte, «il benessere materiale in aumento ed i passi in avanti compiuti nella scienza e nella tecnologia»; dall’altra, «i frequenti conflitti regionali, le sfide globali come il terrorismo e i rifugiati, la povertà, la disoccupazione ed il crescente divario reddituale».

Per noi occidentali, a lungo abituati ad una dicotomia sì-global/no-global di carattere ideologico, non è certo facile capire come il segretario generale del Partito Comunista Cinese possa pronunciarsi così apertamente in favore dell’estensione e della facilitazione dei commerci e degli investimenti, tanto più nel quadro di un’implicita polemica anti-protezionista con il nuovo presidente statunitense Donald Trump (o con l’Unione Europea?). Eppure non è il mondo a ribaltarsi, come frettolosamente è stato scritto su tante testate, sempre in cerca di titoli ad effetto, provocatori e accattivanti. Semplicemente, è l’economia a ridefinirsi in base ad equilibri rinnovati, che vedono la Cina non banalmente sostituirsi agli Stati Uniti nel ruolo di “egemone globale”, ma farsi portavoce e primus inter pares – nei limiti e nelle dovute proporzioni – di una folta schiera di nazioni emergenti, per decenni rimaste ai margini della scena internazionale.

Ha ragione il presidente cinese quando sostiene che non è alla globalizzazione – espressione a cui per anni abbiamo indistintamente attribuito miracoli o disgrazie – che dobbiamo ricondurre le crisi degli ultimi anni, come quella finanziaria o quella migratoria. È la globalizzazione ad aver gettato l’Europa in questa confusa situazione o piuttosto la carenza di adeguati meccanismi di regolazione e controllo, l’assenza di una politica estera comune ed indipendente e la mitizzazione dell’austerità e dello strumento fiscale come garanti assoluti di stabilità e di equità?

Il destino ha voluto che proprio nello stesso giorno del discorso di Xi a Davos, il premier britannico Theresa May presentasse il piano di uscita del suo Paese dall’Unione Europea, sancendo definitivamente l’indirizzo assunto dal Regno Unito a seguito dell’esito referendario dell’anno scorso. Ma se qualcuno pensa che, salutando Bruxelles, Londra rinuncerà alla sua storica vocazione commerciale e finanziaria per arroccarsi in un castello della Cornovaglia o riaprire qualche capannone abbandonato nelle Midlands, si sbaglia di grosso. La May ha chiarito di voler costruire una Gran Bretagna «più forte, giusta, unita e rivolta all’esterno», tanto che tra i partner di Londra, specie dopo la Brexit, ha preso sempre più quota proprio la Cina di Xi Jinping. E Trump? Malgrado le minacce tariffarie e le uscite scomposte su Taiwan, poco più di una settimana fa lo abbiamo visto discutere con Jack Ma, fondatore del colosso Alibaba, per capire come poter riorientare i prodotti statunitensi sul mercato cinese attraverso l’e-commerce.

Chi rischia di restare davvero in balia delle onde, adesso, è l’Europa. Se Bruxelles si dimostrerà ancora una volta incapace di “nuotare” nella globalizzazione, limitandosi a subirla o intestardendosi in un anacronistico scontro con Mosca, il prezzo da pagare potrebbe essere altissimo.


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