Doing Business. Nuova Zelanda, Singapore e Danimarca ancora sul podio. Balzi di India, Indonesia, Brunei e Rwanda

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di Redazione

Come ogni anno a partire dal 2003, pochi giorni fa la Banca Mondiale ha pubblicato il suo quindicesimo rapporto Doing Business. Si tratta di un’analisi globale che tenta di misurare la facilità di fare impresa in 190 Paesi nel mondo, prendendo in esame un insieme di parametri che, per ciascun Stato coinvolto, valutano le tempistiche e gli oneri amministrativi per l’avviamento di un’attività, la regolamentazione del mercato del lavoro, le pratiche per i permessi di costruzione, l’accesso all’energia elettrica, la registrazione delle proprietà, l’accesso al credito, il grado di protezione degli investitori di minoranza, la logistica, il regime fiscale, il rispetto dei contratti e le modalità di risoluzione delle insolvenze.

Il Doing Business 2018, significativamente sottotitolato Riformare per creare occupazione, ha fornito diversi spunti di riflessione, tra conferme, specie per le economie maggiormente business-friendly, ed alcuni interessanti balzi in avanti. Restano solidamente sul podio la Nuova Zelanda, Singapore e la Danimarca che – con punteggi DTF [Distance to Frontier, nda] rispettivamente pari a 86,55, 84,57 e 84,06 – vedono invariata la propria posizione rispetto alla classifica dello scorso anno. Conferme anche per il quarto posto, dove resta a punteggio stabile la Corea del Sud (83,92), e per il quinto posto, dove si piazza ancora una volta la regione speciale cinese di Hong Kong (83,44), guadagnando 0,29 punti rispetto all’anno scorso. Salgono dall’ottavo al sesto posto in classifica gli Stati Uniti pur perdendo 0,01 punti rispetto al rapporto 2017, per effetto del contemporaneo calo della Norvegia (-0,25) e della Gran Bretagna (-0,12), osservata speciale dopo l’avvio della procedura di uscita dall’Unione Europea. L’Italia (+1,15) sale di quattro posizioni, dalla 50a alla 46a.

Tra i BRICS spicca la performance dell’India (+4,71 punti) che scala ben trenta gradini in classifica salendo dal 130° al 100° posto. La Russia (+0,81), che sta vivendo una fase di riforma importante, guadagna cinque posizioni, attestandosi al 35° posto, mentre la Cina, dove procede la riforma strutturale dell’offerta (inclusiva di fondamentali misure di defiscalizzazione e semplificazione), resta stabile al 78°, pur guadagnando 0,40 punti. Rimangono ancora indietro, pur con qualche piccolo passo in avanti, Brasile e Sudafrica.

Il Brunei, piccolo motore economico del Sud-est asiatico, guadagna 5,83 punti scalando così sedici posizioni, che lo elevano dal 72° al 56° posto. Nell’area ASEAN, più in generale, sono Malesia (24° posto) e Thailandia (26°) a primeggiare, ma l’Indonesia (+2,25) sale in un anno dal 91° al 72° posto, dimostrando, almeno per il momento, l’efficacia delle riforme messe in campo dal presidente Joko Widodo. In Asia Centrale, bene il Kazakhstan, che guadagna 1,06 punti, e molto bene l’Uzbekistan, che incamera 4,46 punti e compie un balzo di tredici posizioni, dall’87a alla 74a. Fra gli altri Paesi ex sovietici, invece, a stupire sono senz’altro la Georgia (+2,12), 9° posto (16° nel DB2017), e l’Azerbaigian (+3,12), 57° posto (65° nel DB2017).

In Medio Oriente si conferma il favorevole clima per gli investimenti creato negli Emirati Arabi (21° posto), con uno score DTF in crescita di 1,87 punti, ma fanno segnare un buon dato anche la Turchia (+1,16 punti), che scala nove posizioni, l’Arabia Saudita (+2,92) e l’Iran (+0,26). In Africa, è invece il Rwanda (+3,21) a sorprendere ancora, risalendo rapidamente ben quindici posizioni che gli consentono di agguantare il 41° posto della graduatoria DB2018. Il piccolo Paese africano, martoriato dalla terribile guerra degli anni Novanta, si afferma oggi come la seconda economia più business-friendly del Continente dopo Mauritius (+2,09 e 25° posto in classifica mondiale), facilitata anche dalla favorevole posizione geografica lungo le rotte dell’Oceano Indiano.


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