Eritrea. La fine delle sanzioni apre a numerose opportunità per le imprese: come e dove investire?


Lo scorso 14 novembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rimosso le sanzioni imposte nel 2009 all’Eritrea. Dopo la pace sancita nel luglio scorso con la vicina Etiopia, la situazione internazionale del Paese si è rapidamente modificata, creando in pochissimo tempo le condizioni per porre fine ad un isolamento che ormai non aveva più ragione di esistere. Ora, come emerso anche dalla nostra intervista all’Ambasciatore Fesshazion Pietros del settembre scorso, si aprono prospettive quasi del tutto nuove e in gran parte inedite, in un Paese dove la presenza italiana può senz’altro essere favorita da un rapporto sociale, culturale e persino parentale che, anche dopo la fine del colonialismo, ha continuato a generare canali di contatto fra Roma ed Asmara.



di Filippo Bovo


Lo scorso 14 novembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato all’unanimità per la rimozione delle sanzioni all’Eritrea, che erano state comminate nel 2009 e rafforzate nel 2011 in base alle accuse – per altro mai dimostrate – secondo cui il governo di Asmara stesse fornendo supporto alle milizie islamiste di al-Shabaab in Somalia. Se in principio l’Eritrea non poteva così acquisire né armamenti né munizioni, ben presto le sanzioni si estesero anche al commercio di beni di altro genere, al punto che il Paese poteva acquistare poco o nulla nei mercati occidentali senza correre il rischio di vedersi bloccare consegne spesso già pagate. Asmara si è così rivolta ad altri mercati.

In quel momento, in Etiopia era al governo il Fronte Popolare per la Liberazione del Tigray, che aveva scatenato, sotto la guida dell’allora primo ministro Meles Zenawi, la guerra contro l’Eritrea del 1998-2000. Quel conflitto si era poi risolto con l’Accordo di Algeri del 2000 e la successiva sentenza arbitrale della Commissione sui Confini Etiopia-Eritrea (EEBC), che dava ragione ad Asmara sull’area contesa di Badme ma che Addis Abeba ha continuato a disconoscere sino a pochi mesi fa. Durante quella fase, Stati Uniti ed Unione Europea si schierarono senza troppi tentennamenti con l’Etiopia, cercando di isolare l’Eritrea a livello internazionale.

È stato proprio questo, paradossalmente, a suscitare nel lungo termine il grande cambiamento avvenuto nell’estate di quest’anno. L’Etiopia, ad un certo punto, avrebbe dovuto scegliere fra un forte legame politico con Stati Uniti e Unione Europea ed uno stretto legame economico con la Cina, divenuta ormai primo investitore in tutto il Continente. L’arrivo di Donald Trump, che ha scombussolato l’agenda africana delle precedenti amministrazioni statunitensi, ha poi innescato la frattura definitiva. Il nuovo inquilino della Casa Bianca ha deciso infatti di revocare il suo sostegno al governo del FPLT, mentre la Cina dichiarava di voler progressivamente ridurre i propri investimenti in Etiopia finché non fosse stata risolta definitivamente la situazione di “né guerra né pace” con l’Eritrea.

Il governo del FPLT, già in difficoltà, è così venuto meno ed in Etiopia si è formata una nuova maggioranza che ha inaugurato una politica di pacificazione sia all’interno del Paese, fra i movimenti indipendentisti legati ai diversi gruppi etnici, sia all’esterno. Il nuovo premier, il giovane Abiy Ahmed, ha immediatamente dichiarato di voler riconoscere pienamente gli Accordi di Algeri del 2000 e la Risoluzione arbitrale del 2002, aprendo le porte ad una stabile pace col suo principale vicino, generando effetti benefici a pioggia anche verso Somalia e Gibuti, altro Paese con cui Asmara ha potuto normalizzare le relazioni.

Ad oggi, il quadro regionale del Corno d’Africa è quello di un’area dove i processi di pace e integrazione procedono con estrema celerità. L’Eritrea sta già lavorando alla riattivazione dei suoi porti commerciali più importanti per dare uno sbocco verso i mari al vasto mercato dell’Etiopia, oltre ad un ripensamento generale della rete infrastrutturale che collega i due Paesi.

Fin dalla sua indipendenza, formalizzata nel 1993, l’Eritrea ha registrato tassi di crescita importanti, basati anche su scelte poco convenzionali, non soltanto per l’Africa ma in generale per tutto il cosiddetto Terzo mondo. Asmara ha infatti deciso di convogliare gli investimenti non solo e tanto sulle città quanto soprattutto sulle campagne, in maniera da impedirne lo spopolamento e da elevarne la produzione agricola, scongiurando fenomeni di urbanizzazione massiccia propri di altri Paesi in via di sviluppo, che solitamente si traducono nell’emersione a ridosso delle città di immense baraccopoli, fonti di degrado, epidemie e insicurezza. L’Eritrea si contraddistingue per la presenza di campagne ben gestite e presidiate, unitamente a città non eccessivamente popolose. Basti pensare che la capitale Asmara ha circa 700.000 abitanti, mentre Assab e Massab, principali centri portuali del Paese, contanto rispettivamente circa 102.000 e 53.000 abitanti [stando ai dati demografici del 2012, ndr].

L’autosufficienza alimentare è uno dei punti prioritari sull’agenda della leadership eritrea. Il Paese è l’unico in Africa ad aver raggiunto con discreto anticipo ben sette degli otto Obiettivi di Sviluppo del Millennio fissati dall’ONU per il 2015. Per quanto riguarda lo sviluppo dell’agricoltura, dell’allevamento e della zootecnia, così come delle relative industrie di trasformazione e conservazione, l’Eritrea presenta quindi prospettive interessanti per gli investitori europei, ora che le sanzioni sono venute meno. Questo ovviamente vale anche per la pesca, dal momento che il Paese copre un’importante quota di costa del Mar Rosso, compreso lo Stretto di Bab el-Mandeb [condiviso con Somalia, Gibuti e Yemen, ndr], snodo strategico lungo la rotta tra il Mediterraneo e la regione Asia-Pacifico, attraverso l’Oceano Indiano.

In questo senso, l’Eritrea può offrire anche valide destinazioni turistiche, grazie a spiagge incontaminate, paesaggi mozzafiato e litorali straordinari come quelli delle Isole Dahlak, paradiso per tutti gli amanti delle immersioni grazie alle loro formazioni coralline. Per un turismo a carattere più culturale è invece l’entroterra a presentare il patrimonio archeologico più interessante, riconducibile tanto alla civiltà antica dell’Impero di Axum, una delle più grandi potenze marittime dell’antichità secondo la testimonianza del profeta Mani, quanto ai lasciti architettonici coloniali di impronta futurista e razionalista, soprattutto ad Asmara, che per questa ragione, appena due anni fa, è stata nominata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

Sul fronte del capitale umano, l’Eritrea dispone di una popolazione giovane piuttosto numerosa che, diversamente da altri Paesi africani, ha ricevuto un’istruzione gratuita e completa, garantita dallo Stato, finalizzata ad un rapido inserimento nel mondo del lavoro. La Scuola Italiana di Asmara, la più grande al mondo insieme a quella di Santiago del Cile, forma ogni anno molti giovani che apprendono la nostra lingua e che dispongono di una buona formazione professionale, un livello nient’affatto scontato nel resto del Continente. Anche il settore medico e farmaceutico presenta interessanti prospettive, potendo disporre di personale medico e paramedico preparato ma pur sempre alla ricerca di know-how, e lo stesso si può dire per la realizzazione di nuove strutture sanitarie e la riqualificazione o il recupero di quelle già esistenti.

Prima della guerra con l’Etiopia, il Paese cresceva a tassi superiori al 9% annuo e anche in seguito, malgrado le tante restrizioni, la crescita non è stata indifferente. In un certo senso, le sanzioni hanno incentivato addirittura il Paese a sviluppare autonomamente settori che altrimenti non sarebbero sorti o non si sarebbero ripresi, e tutto ciò si traduce oggi nella possibilità di fornire agli investitori esteri un’offerta generale più completa. La più recente opportunità in termini di facilitazione commerciale arriva dalla possibilità, oggi senz’altro ben più concreta, che l’Eritrea aderisca alla neo-nata Area Continentale Africana di Libero Scambio, fortemente voluta dall’Unione Africana.


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