EVFTA. Si avvicina l’accordo commerciale UE-Vietnam: quali opportunità per le imprese italiane?



A cura della Redazione


Si avvicina, accelerando il passo, la conclusione di una nuova intesa a carattere economico per l’Unione Europea, dopo quella siglata con Singapore lo scorso mese di ottobre. A quasi sette anni dall’inizio dei negoziati, un altro Paese del Sud-est asiatico sta cercando di chiudere un accordo su commercio e investimenti con Bruxelles. Si tratta del Vietnam, dinamica economia in via di sviluppo della regione ASEAN, protagonista di una rincorsa velocissima a partire dal 1986, quando il governo introdusse il primo piano di riforme (Doi Moi), aprendo al mercato un’economia compromessa da un trentennio di guerre che avevano restituito libertà e sovranità al Paese, lasciandolo tuttavia devastato e pesantemente danneggiato.

La firma degli Accordi di Parigi nel 1991 pose fine all’ultimo conflitto rimasto in sospeso, quello con la Cambogia, pacificando i confini. La normalizzazione delle relazioni diplomatiche fu la premessa per avviare un percorso di progressiva integrazione regionale, coronato nel 1995 con l’ingresso del Vietnam nell’ASEAN. Per la prima volta, un Paese a guida comunista entrava nell’importante organizzazione regionale che, a quel tempo, comprendeva soltanto sei membri.

I cinque fondatori, cioè Filippine, Indonesia, Malesia, Thailandia e Singapore, ed il solo aggiunto fino ad allora, il Brunei, entrato nel 1984, pur con sistemi politici anche molto diversi fra loro, erano tutte economie di mercato, schierate più o meno apertamente con gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda. L’ingresso del Vietnam segnò così una svolta storica, che entro i quattro anni successivi avrebbe consentito anche a Laos, Myanmar e Cambogia di entrare nell’ASEAN, facendo della regione una vera e propria potenza economica, oggi terza in Asia dopo Cina e Giappone ed addirittura sesta nel mondo.

Le riforme e l’integrazione nella free trade area del Sud-est asiatico permisero al Vietnam di incrementare esponenzialmente la sua produttività, affermandosi nel giro di un decennio come uno dei principali hub manifatturieri in Asia e nel mondo, in particolare nei settori della lavorazione alimentare, del tabacco, del tessile, della chimica e delle apparecchiature elettriche.

Stando ai dati contenuti nel rapporto Sustaining Vietnam’s Growth: the Productivity Challenge, pubblicato nel 2012 dal McKinsey Global Institute, tra il 1986 ed il 2011, il PIL pro-capite del Vietnam è cresciuto ad un ritmo medio annuo del 5,3%, registrando una performance che, a partire dal 2000, in Asia è stata seconda solo alla Cina. Se nel 1993, oltre il 50% della popolazione vietnamita viveva con meno di 1,90 dollari al giorno, nel 2018 – dati Banca Mondiale alla mano – questa percentuale è scesa al 3%. Da circa otto anni, infatti, il Vietnam ha fatto ingresso nel gruppo dei Paesi a medio reddito. Ora, però, il governo è alla ricerca di investimenti di fascia alta per evitare il rischio-trappola e proseguire il suo percorso di sviluppo.

L’Accordo di Libero Scambio UE-Vietnam (EVFTA) ha lo scopo di fornire una struttura legale che possa garantire tre pilastri fondamentali nel rapporto fra Bruxelles e Hanoi: riduzione delle barriere tariffarie e non tariffarie, parità di regole e protezione degli investimenti. Al momento dell’entrata in vigore, l’accordo eliminerebbe subito le barriere tariffarie sul 65% del valore delle esportazioni UE verso il Vietnam e la restante parte nell’arco dei successivi dieci anni. Stesso destino per il 71% delle importazioni UE dal Vietnam, sino a raggiungere quota 99% nel corso dei sette anni seguenti. Inoltre, ai fornitori di servizi europei (e ad altri sottosettori addizionali) sarebbe garantito un accesso al mercato vietnamita più ampio rispetto ai normali standard stabiliti in materia dall’Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO).

I vantaggi previsti per le aziende del Vecchio Continente appaiono dunque numerosi. Secondo quanto afferma Bruno Angelet, capo delegazione UE in Vietnam, «con l’area di libero scambio (FTA), gli operatori europei potranno partecipare alle gare d’appalto in Vietnam, aprendo per la prima volta a nuove opportunità per le imprese UE in un Paese estremamente dinamico». Per quanto riguarda i diritti di proprietà intellettuale (IPR), «il Vietnam offrirà un elevato livello di protezione, andando persino oltre gli standard del WTO», aggiunge il diplomatico europeo.

Quali sono i settori che potrebbero beneficiare maggiormente dell’accordo? Stando ad Angelet, «l’UE potrà mettere sul piatto investimenti sostenibili e di alta qualità in Vietnam», grazie ad un «accresciuto accesso al mercato attraverso la FTA». Dunque, nel dettaglio, i comparti più gettonati potrebbero essere agrifood (incluso l’ambito della sicurezza alimentare), TLC, energie rinnovabili, edilizia specializzata (infrastrutture, smart city, riqualificazione urbana ecc. …), trattamento e smaltimento rifiuti, ma anche produzioni sempre più ricercate da una classe media in rapida espansione, come arredo e design, moda e cosmetica.

Lo scorso 9 novembre, a Roma, un seminario sul tema ha introdotto le opportunità per le imprese italiane nel Paese asiatico, in particolare una volta che l’EVFTA sarà entrato in vigore. Curato dalla Camera di Commercio Italiana in Vietnam (ICHAM), rappresentata per l’occasione dal presidente Michele D’Ercole e dal direttore esecutivo Pham Hoang Hai, l’evento ha contribuito ad aprire una finestra importante sul Vietnam, analizzandone lo sviluppo fin qui raggiunto e le prospettive per il futuro.

Attualmente, l’Italia è il quarto partner commerciale UE del Vietnam con un interscambio di circa 5 miliardi di dollari (2017), ed il trentunesimo investitore estero fra i 126 che operano direttamente nel Paese asiatico, con un capitale complessivo pari a 389 milioni di dollari. Secondo D’Ercole, l’Italia potrà beneficiare dell’accordo proprio a partire dai settori in cui la cooperazione bilaterale è già forte. La riduzione delle barriere tariffarie – prosegue il presidente di ICHAM – faciliterà l’export verso il Vietnam di beni quali automobili, prodotti in legno, tessuti e abbigliamento, aiuterà i partner locali ad aumentare il valore aggiunto delle rispettive filiere e consentirà all’Italia di fornire di più e meglio il suo elevato know-how in ambito agroalimentare.




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