Jeans, un tessuto che ha scritto pagine di storia di qua e di là dalla Cortina di Ferro


Jeans… Averli o non averli, questo è il dilemma. Per qualcuno, questo materiale di colore blu pare sia sempre esistito, con l’avvento delle “prime pelli” nel mondo antico. Quindi, trasformandosi da uno stile all’altro, è diventato un indumento indispensabile nel guardaroba di ogni persona, uomo o donna che sia. Si è evoluto in tutti questi secoli e oggi ci ritroviamo il denim in tutte le sue manifestazioni, che si tratti di borse, pantaloni, scarpe, vestiti o cinture. Ma i jeans, come li conosciamo oggi, hanno una storia relativamente giovane e da poco più di mezzo secolo questo tessuto ha iniziato a conquistare i nostri cuori.


A cura della Redazione


La società statunitense Levi Strauss, il primo creatore di jeans, è uno dei più grandi produttori di abbigliamento. Le vendite annuali di questo colosso tessile sono pari a 7,63 miliardi di dollari, di cui il 73% sono jeans ed il resto prodotti derivati. Si potrebbe affermare сhe nel mondo non esista una sola persona a non aver mai indossato almeno una volta un paio di jeans. Nel luglio 2008, Levi Strauss ha presentato un modello di jeans nelle cui tasche erano incorporati gli slot per il collegamento ad un computer ed un telecomando per il controllo remoto dell’i-Pod.

Il cittadino statunitense medio ha circa 6 paia di jeans nel suo guardaroba. In un’asta nel 2001, i dirigenti di Levi Strauss acquistarono per 47.500 dollari un paio di jeans prodotti dalla stessa società nel 1881, che i lavoratori del Nevada trovarono in una delle miniere in cui lavoravano. Uno dei primi modelli di blue jeans da lavoro, il famoso jeans Levis 501, fu trovato in una di quelle miniere fatiscenti. Proprietaria di quello storico paio di jeans, che erano appartenuti a Marilyn Monroe, è diventata Britney Spears.

Questo regalo, il cui prezzo ammontava a circa 80.000 dollari, è stato fatto alla cantante da un designer di fama mondiale: Tommy Hilfiger. Nei rodeo, 98 partecipanti su 100 indossano jeans Wrangler. Eppure, i jeans sono stati trasformati anche in un simbolo mondiale di pace dal movimento hippie, che ne ha promosso lo stile dalla seconda metà degli anni Sessanta. Dal 1974, i giovani hanno iniziato a decorare i loro pantaloni con strass, strisce, perline e ricami creando aggiunte stilistiche ancora estremamente popolari. La Giornata mondiale dei jeans, il Jeans Day, si celebra il 26 febbraio.

In Unione Sovietica, per la prima volta i jeans furono presentati ad un’ampia massa di pubblico nel 1958, durante il Congresso Internazionale degli Studenti e dei Giovani. La gioventù sovietica si innamorò immediatamente di questa popolare moda d’oltre Oceano. Sei mesi dopo apparvero i primi rivenditori di jeans di contrabbando, solitamente persone già dedite al commercio illegale di merci straniere. Nell’agosto del 1960, i contrabbandieri Fajnberg e Rokotov ricevettero una pesante condanna per il contrabbando di jeans e le transazioni in valuta estera, entrambi reati penali.

Gli scienziati della Cornell University, durante un loro esperimento, hanno dimostrato un fatto insolito. Hanno legato diverse paia di jeans tra loro in modo da creare una fune capace di sostenere un furgone Volvo pesante 1,63 tonnellate, ad un’altezza di 8 piedi. Anche il designer italiano Roberto Cavalli ha fornito un enorme contributo allo sviluppo del jeans. Fu lui ad inventare la lycra, grazie alla quale i jeans iniziarono ad allungarsi. Gli storici della moda considerano ancora questo come un importante passo in avanti tecnologico nella storia dei jeans nel XX secolo.

Scienziati giapponesi, insieme a designer americani, hanno sviluppato un modello che inibisce il processo di invecchiamento. L’idea e lo sviluppo appartengono agli specialisti della Teijin Wow Corporation, che hanno preso i normali jeans (nome in codice: Amino) e li hanno inzuppati con un composto di aminoacidi (principalmente arginina) che rallentano il processo di invecchiamento del tessuto, lo proteggono dai batteri dannosi ed idratano la pelle.

Altri analisti hanno dimostrato che questo tipo di jeans resiste per almeno due anni. Ben 55.000 paia di questi jeans sono stati consegnati ai negozi di abbigliamento giapponesi e sono stati venduti in appena quattro giorni. Ora si prevede di produrre e vendere magliette e camicie che impediscano il processo di invecchiamento del tessuto. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei negozi dispone di un computer in cui è possibile inserire i dati (parametri del corpo) che a sua volta calcola con elevata precisione la dimensione, lo stile e il modello più adatti all’acquirente. La macchina invia questi dati alla fabbrica, dove entro una settimana vengono realizzati dei jeans su misura, con una maggiorazione sul prezzo al dettaglio pari ad appena 10 dollari.

Mister “Die Hard”, Bruce Willis, ha interpretato il suo primo ruolo in TV partecipando alla pubblicità di un jeans Levi, mentre Secret Circus è stato riconosciuto come il jeans più costoso del mondo. Si tratta di un modello realizzato a mano a Los Angeles e spedito in Gran Bretagna per essere intarsiato con quindici diamanti Duttson Rocks. È Secret Circus è stato poi venduto ad un acquirente sconosciuto per un importo record di 1,3 milioni di dollari.

I jeans non hanno mancato, loro malgrado, di svolgere un ruolo politico. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, in Unione Sovietica i jeans non erano solo vestiti ma rappresentavano un simbolo – più o meno veritiero – di libertà e successo. Non tutti potevano permettersi di acquistare un denim di marca. I primi jeans apparvero oltre Cortina soltanto negli anni Cinquanta e da quel momento hanno iniziato ad incarnare il simbolo di tutto ciò che mancava in URSS e negli altri Paesi del Patto di Varsavia.

Le autorità contrastarono l’importazione dei jeans, rimasta illegale per lungo tempo. I dipendenti pubblici o gli operai che li indossavano potevano addirittura essere espulsi dall’istituto in cui prestavano servizio o dal luogo di lavoro per aver indossato quello che era ritenuto un emblema dell’«infezione capitalista». Tuttavia, queste misure non hanno fatto che suscitare interesse verso questa specie di “frutto proibito”. I primi ad indossare i jeans furono i marinai, i figli dei diplomatici e i piloti aerei. Compravano i jeans all’estero e spesso dovevano addirittura indossarli durante il viaggio, sotto altri pantaloni più larghi per non farli notare al personale di bordo.

La propaganda sovietica ufficiale considerava i farsetti quasi come dei nemici della persona degna di fiducia nel Paese. Per le loro attività, gli importatori illegali potevano non solo essere sottoposti all’ostracismo pubblico ma anche essere arrestati. Nel 1961 fu ordinata una condanna capitale agli agricoltori Rokotov e Faibishenko. Uno dei capi di accusa era proprio il contrabbando di jeans. Tuttavia, quei contadini semplicemente scambiavano beni e prodotti con qualcos’altro.

La pratica del baratto, infatti, era ammessa in URSS, diversamente dalle transazioni in valuta. I fabbri furono i primi “squali” del mercato nero. I clienti abituali li riconoscevano a prima vista, gli stessi agricoltori “scansionavano” anche la folla nei mercati, negli hotel e nelle stazioni ferroviarie in cerca di persone facoltose. La compravendita illegale di jeans ha coinvolto molti tra i più famosi contrabbandieri, da Tinkoff ad Aizenshpisa. È interessante notare che la storia di Rokotov e Fajnberg si è tramandata nel tempo. In loro memoria, negli Stati Uniti sono stati realizzati dei modelli di jeans che portano il loro nome. Col tempo, però, questo “tabù estetico” cadde e, grazie anche al ruolo carismatico di icone rock sovietiche come Viktor Tsoj, gli Zoopark di Mike Naumenko o gli Aria, già nei primi anni Ottanta molti giovani cominciarono ad indossare i loro amati jeans senza più timori.

Oggi percepiamo questo indumento come una qualsiasi altra cosa. Possiamo regalare i jeans, lanciarli, strapparli o andare a comprarne di nuovi. Ma ora che sappiamo un po’ di più sulla storia di questi pantaloni, sulle persone che li hanno indossati o che hanno sofferto per poterli indossare, dovremmo avere maggior cura dei nostri abiti preferiti.




Traduzione e rielaborazione a cura di Anna Latsygina
Fonti in lingua originale qui e qui




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