Punita l’arroganza delle élite. Ora la stampa dovrà valutare il nuovo governo sulla base dei fatti



di Andrea Fais

Nell’autunno del 2016 cominciammo a lavorare su La Penisola del Tesoro, uno speciale dedicato all’Italia, uscito poi regolarmente a gennaio del 2017. Si trattò di un numero molto difficile da realizzare perché nel bel mezzo del lavoro giunse l’esito del referendum consultivo sulle proposte di riforma costituzionale, i cui principali promotori furono l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ed il suo ministro per le Riforme Maria Elena Boschi.

Quel risultato, nettamente favorevole al ‘No’, rappresentò una disfatta per il governo, sul piano istituzionale, e per il Partito Democratico, sul piano politico. Pur non giudicando nel merito le riforme proposte, sulla cui efficacia avremmo dovuto eventualmente attendere l’effettiva approvazione e applicazione, demmo credito all’ipotesi che il voto, più che nel merito, fu probabilmente un giudizio popolare sull’operato del governo, sottolineando anche il grave errore commesso dall’ex sindaco di Firenze nell’aver personalizzato il referendum.

Da quel 4 dicembre 2016 sono strascorsi quindici mesi, durante i quali Paolo Gentiloni, subentrato al predecessore dimissionario, ha traghettato il Paese tra alti (pochi) e bassi (molti), segnando una linea di continuità sostanziale con l’esecutivo precedente. Tra i pochissimi elementi di discontinuità si è segnalato l’ingresso di Marco Minniti al Ministero degli Interni al posto di Angelino Alfano, spostato agli Esteri, cercando di venire incontro ad una necessità molto sentita dagli italiani, cioè la gestione di quei flussi migratori che, per almeno quattro anni, hanno messo in enorme difficoltà il nostro Paese a tutti i livelli: dal primo soccorso alla ricollocazione sul territorio nazionale, dal mantenimento dell’ordine pubblico ai fondi per l’accoglienza, per una spesa pubblica improduttiva che è andata a gravare sulle già provate casse dello Stato, aumentando il debito pubblico.

Proprio quel debito pubblico che rappresenta per il Belpaese un fardello da alleggerire quanto più possibile, in questi anni difficili non è mai stato considerato in virtù della sua sostenibilità, aderendo ad una narrazione schiacciata sulla linea ufficiale dell’austerità impartita da Bruxelles. Checché ne dicano gli articoli inaccettabili di alcuni periodici in Germania, che per fortuna non rispecchiano l’opinione del governo tedesco, almeno dal 2005 l’Italia è in realtà uno dei Paesi membri dell’Unione Europea meno “spreconi” e più attenti all’osservanza dei parametri, assieme ad Austria, Slovenia, Germania e Finlandia. Ma ciò che più conta è il basso debito privato del nostro Paese dove, malgrado la crisi, il risparmio e la piccola proprietà compongono ancora uno scudo capace di proteggerci dalle intemperie.

Il basso indebitamento di famiglie e imprese non è automaticamente sinonimo di benessere, anzi può essere anche il risultato di un’economia arretrata, di un sistema bancario poco trasparente e di alti tassi di interesse su mutui e prestiti. Tant’è che Paesi solidi, caratterizzati da alti livelli di trasparenza ed efficienza, come Svizzera, Olanda e Danimarca, hanno un alto debito privato a fronte di un debito pubblico molto più basso. Viceversa, molte economie emergenti dell’Est Europa vedono cittadini ed imprese poco esposti principalmente per l’inadeguatezza dei loro sistemi.

Nel caso dell’Italia, tuttavia, possiamo parlare di una situazione di sostanziale equilibrio, dove sia l’industria che il sistema bancario hanno resistito in qualche modo, nonostante i tremendi colpi inferti dalla crisi e i crac degli ultimi anni, ma in cui è cresciuta la povertà e sono mancate le riforme che avrebbero dovuto traghettare molto più serenamente ed efficacemente il nostro Paese verso una modernizzazione strutturale. Non perché ce lo chiedesse l’Europa, ma perché queste sono le dinamiche dell’economia mondiale.

Riferendosi continuamente a Bruxelles per edulcorare leggi impopolari o per imporre un sistema di accoglienza del tutto insostenibile, infatti, la nostra classe dirigente ha scaricato le responsabilità verso l’esterno evitando di affrontare una serie di questioni fondamentali per la riforma del nostro sistema Paese e scavando un solco tra una minoranza che – per legittima abilità, per clientelismo politico o per semplice fortuna – è rimasta immune alla crisi ed una maggioranza che ha assistito inerme al livellamento verso il basso del proprio tenore di vita, all’aumento della pressione fiscale e alla drastica riduzione degli ammortizzatori sociali.

Grave, gravissimo è stato da parte delle élite considerare questa maggioranza, sempre più esasperata, come un popolo di “ignoranti”, di “impreparati” o di “inadatti” al cambiamento, quasi fossero le specie animali deboli citate da Charles Darwin. Contraddittorio ed illogico è stato poi ritenere di poter facilmente integrare, come se nulla fosse, masse di persone provenienti da contesti del terzo mondo nel mercato del lavoro di società complesse ed avanzate come la nostra, parlando al contempo di un fenomeno epocale come quello dell’Industria 4.0 senza nemmeno comprenderne la vera portata storica nei suoi vari livelli (economico, finanziario, logistico, sociale, culturale e comportamentale).

Mentre molti economisti nel mondo, a partire dal fondatore del Forum Economico Mondiale, Klaus Schwab, suonavano l’allarme invocando la necessità di un nuovo contratto sociale, i quadri dirigenti del nostro Paese hanno girato la testa dall’altra parte, trascurando larghissime fasce di dissenso ed alimentando una narrazione da salotto, arrogante e superficiale, che ha fortemente polarizzato l’opinione pubblica italiana. Grande responsabilità ricade anche sulla nostra categoria, quella dei giornalisti e degli operatori dell’informazione, dove si è progressivamente perso il ruolo di “indipendenti osservatori” dei fatti per assumere quello di “appendici” della politica, spesso addirittura partecipando attivamente ad appositi talk-show con opposte tribune in “battaglia” fra loro.

L’affermazione elettorale del Movimento Cinque Stelle e della Lega ed il loro patto di governo che ha da pochi giorni dato il via ad un nuovo esecutivo, dopo circa tre mesi di stallo, si inserisce in questo contesto. Non sappiamo se si tratterà o meno di un vero governo del cambiamento e se il programma stilato in circa tre settimane da Matteo Salvini e Luigi Di Maio sarà realizzato, e in che modo. Dobbiamo tuttavia prendere atto che queste due forze politiche, oggi, rappresentano oltre la metà del nostro Parlamento. Hanno per tanto tutto il diritto a guidare un esecutivo, che dovrà essere valutato in base ai fatti. Troppe polemiche e troppi “conti in sospeso” tra forze politiche hanno caratterizzato questi primi giorni seguiti al giuramento ufficiale del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dei suoi ministri, dopo la crisi di governo gestita più o meno bene – a seconda dei punti di vista – dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ne La Penisola del Tesoro, sottolineammo come «per troppo tempo, l’Italia si è lacerata in aspre polemiche, schermate dalla dicotomia destra/sinistra, tra chi sostiene le necessità della modernizzazione e dell’internazionalizzazione del sistema Paese e chi invece ribadisce l’importanza della difesa dei quartieri e della piccola impresa da una globalizzazione sempre più percepita come minaccia». Suggerimmo che «un nuovo processo riformista dovrebbe invece partire proprio dalla consapevolezza che queste due istanze, se adeguatamente ricondotte a criteri di buon senso e razionalità, possono e debbono integrarsi in un’unica sensibilità politica capace di garantire lo snellimento della burocrazia, la riduzione del carico fiscale che grava su imprese e famiglie, l’ottimizzazione del welfare e delle coperture sociali per le categorie più deboli, il monitoraggio dei confini nazionali, l’efficientamento degli strumenti comunicativi e logistici di promozione all’estero, lo sviluppo delle infrastrutture e delle reti di trasporto, il decoro dei quartieri e delle periferie, la valorizzazione del patrimonio culturale e la salvaguardia dell’ambiente».

Restiamo ancora di quell’avviso e, pur tra le mille difficoltà del mercato editoriale italiano, continueremo a svolgere il nostro lavoro di informazione e approfondimento per aiutare gli italiani e le imprese ad orientarsi nell’oceano della globalizzazione multipolare, senza pregiudizi verso nessuno, consapevoli della nostra professionalità, della nostra buona fede e della nostra indipendenza.


© Riproduzione vietata



Articolo precedente

CNA Federmoda porta il Made in Italy in Azerbaigian e Georgia. Franceschini: «Realtà di particolare interesse»

Articolo successivo

Export digitale e 4.0. Ciclo di incontri estivo tra Milano, Monza, Lodi e Cantù a partire dal 13 giugno prossimo

commodo Donec Sed elit. Praesent ut elit.