Redditi e bonus statali. Il flop finlandese impone una riflessione: ridurre fisco e burocrazia, come Cina e USA


di Andrea Fais

A fine aprile, il governo di Helsinki ha dichiarato conclusa la sperimentazione del reddito di cittadinanza introdotta l’anno scorso. Il progetto-pilota, che ha coinvolto 2.000 finlandesi disoccupati appositamente selezionati, non ha fornito i risultati sperati e per tanto terminerà nel 2019. Sebbene il piano finlandese prevedesse il pagamento di un mensile pari a 560 dollari senza alcun vincolo, a fallire è stata, più in generale, l’idea che elargire denaro pubblico a chi è disoccupato possa stimolarlo a cercare più convintamente un impiego.

Si tratta evidentemente di un pregiudizio antropologico, prima che economico, fondato sul presupposto ottimistico che ogni essere umano senta, di per sé, il bisogno di costruirsi un futuro più prospero, puntando a migliorare la propria condizione sociale di base. Questo solitamente avviene soltanto quando è la necessità a spingerlo, cioè quando ha poco o nulla da perdere. Vedersi garantito dallo Stato un assegno mensile con cui poter pagare le spese di base e togliersi anche qualche sfizio, può convincere tante persone a smettere di cercare un lavoro. In altri casi, non quantificabili ma ampiamente prevedibili, potrebbe addirittura stimolare il lavoro in nero, consentendo così di avere due mensilità con un solo impiego.

Il welfare è certamente una delle basi fondanti dello Stato di diritto e deve poter intervenire laddove alcune categorie di persone, per ragioni oggettive (crisi aziendali, infortuni, disabilità ecc. …), giacciano in condizioni di evidente difficoltà. Eppure, il welfare si sostiene attraverso le entrate dello Stato che, in un Paese importatore di materie prime come il nostro, sono per larga parte (86,4% circa) composte dal gettito fiscale. Dunque, semplificando al massimo, ad ogni misura sociale in favore di un cittadino in difficoltà deve corrispondere una “contribuzione” fiscale da parte di un altro che lavora. Il reddito di cittadinanza, perciò, non potrà mai essere davvero universale. Anzi, quanto più lo Stato dovrà versare ai disoccupati, tanto più dovrà estendere la base imponibile agli occupati, aggravando il divario sociale e/o territoriale tra aree produttive ed aree arretrate della popolazione e del Paese.

È proprio quest’ultimo passaggio, sondaggi alla mano, ad aver convinto il 65% dei finlandesi, già tassati oltre misura, ad abbandonare l’esperimento. In un Paese ad altissima pressione fiscale su famiglie e imprese come l’Italia, l’introduzione di una misura analoga sarebbe dunque altrettanto fallimentare. Ad aver inseguito il consenso popolare con iniziative di spesa pubblica “facile”, non è stato solo il Movimento Cinque Stelle con la sua proposta di garantire a 9 milioni di persone un mensile pari a 1.300-1.400 euro netti, ma anche il Partito Democratico, che agli 80 euro di aumento in busta paga per i lavoratori dipendenti ha poi aggiunto il bonus cultura, che dal 3 novembre 2016 prevede l’erogazione di una carta da 500 euro a tutti i neo-diciottenni, ed il reddito di inclusione (REI), entrato in vigore il primo gennaio scorso.

Il REI prevede due ordini di requisiti, familiari ed economici, per accedervi, ma dal primo luglio prossimo quelli familiari spariranno e resteranno soltanto quelli economici, allargando così la quota dei potenziali beneficiari che, a seconda del numero dei componenti il nucleo familiare, potranno percepire da un minimo di 187,50 ad un massimo di 539,82 euro al mese. Per quanto riguarda il bonus cultura, invece, oltre all’acquisto di libri e altri prodotti culturali, l’elenco delle modalità di utilizzo è stato esteso anche ai concerti e alle feste scolastiche in discoteca, come documentato da un servizio de Le Iene andato in onda nella puntata del 15 aprile scorso.

Al di là delle buone intenzioni, si tratta in ogni caso di denaro pubblico messo a rischio di improduttività, se non direttamente gettato al vento. Un errore nato da una concezione assistenzialistica della politica, che l’Italia non può più permettersi. Lo Stato deve anzitutto creare le condizioni affinché le imprese possano lavorare nel miglior clima possibile, investendo sulle infrastrutture e sulla logistica, migliorando i sistemi di formazione ed aggiornandoli all’Industria 4.0, garantendo stabilità e sicurezza pubblica, riducendo la pressione fiscale, semplificando oneri e procedure, monitorando i livelli di inquinamento ed attivandosi per ridurli. Gli interventi di “riparazione” dovrebbero arrivare soltanto a posteriori, per venire incontro a chi, pur avendo mostrato buona volontà, è rimasto suo malgrado indietro nel regime di libera concorrenza.

Stati Uniti e Cina, pur partendo da condizioni e posizioni politiche, sociali, economiche, ideologiche e culturali molto diverse tra loro, hanno inconsapevolmente raggiunto un’identità di vedute sull’importanza di ridurre le tasse e semplificare la macchina statale per stimolare l’innovazione e rilanciare impresa e lavoro. Ha cominciato Pechino tre anni fa introducendo la riforma strutturale dell’offerta, leit-motiv interno della presidenza Xi Jinping. Gli ha fatto eco Washington con il varo del Tax Cuts and Jobs Act da parte di Donald Trump. Se le prime due economie mondiali vanno in questa direzione, forse sarà il caso di darci un’occhiata.


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