Le grandi trasformazioni politiche, economiche, commerciali e tecnologiche in atto nel mondo stanno aumentando esponenzialmente la complessità delle dinamiche internazionali. Risulta, dunque, sempre più difficile analizzarle, comprenderle e sintetizzarle in un quadro generale che aiuti l’opinione pubblica ad orientarsi. Verso un mondo post-americano, nuovo numero di Scenari Internazionali, disponibile a partire dai prossimi giorni, prova a rispondere a questa esigenza a partire dai dati noti, ovvero dalle strategie e dai piani messi in campo da governi e organizzazioni nelle diverse parti del pianeta per superare indenni questa fase e, possibilmente, uscirne più forti di prima.
A cura della Redazione
Nel 2008, anno della grande crisi finanziaria internazionale, Fareed Zakaria, celebre giornalista e analista della CNN, diede alle stampe con W. W. Norton & Company il suo The Post-American World, ripubblicato tre anni più tardi in versione aggiornata per i tipi di Penguin Books aggiungendo l’emblematico sottotitolo “And the Rise of the Rest”. L’autore non prefigurava il declino degli Stati Uniti, quanto piuttosto l’ascesa degli “altri”, cioè delle economie emergenti, cercando di analizzarne l’impatto e soppesando l’effettiva capacità di Washington di mantenere la leadership globale.
A distanza di quasi tre lustri, il gigante a stelle e strisce è ancora la prima potenza del pianeta ma il cauto ottimismo di allora ha lasciato il posto allo sconforto e alla paura di perdere la posizione preminente. Così, nel suo secondo mandato, Donald Trump non ha guardato in faccia a nessuno, né alleati né rivali. La politica dei dazi ha colpito tutti, salvo poi essere parzialmente rivista caso per caso nel corso di negoziati bilaterali separati. Unica eccezione la Cina, con cui la Casa Bianca ha dovuto fare marcia indietro, concordando una tregua di un anno per scrivere un nuovo accordo commerciale su basi paritarie.
Con la recente pubblicazione della nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale, l’Amministrazione Trump ha messo nero su bianco il significativo mutamento di paradigma già annunciato nel quadro della politica estera statunitense. Pur non scevra da contraddizioni, la linea di Washington prende atto dell’impossibilità di perseguire una strategia egemonica su scala mondiale, accusando il transnazionalismo di aver minato gli interessi nazionali e la sovranità di altri Paesi.
«Se gli Stati Uniti rifiutano lo sciagurato concetto di dominio globale per se stessi, dobbiamo tuttavia prevenire il dominio globale, e in alcuni casi persino regionale, da parte di altri», recita il testo a pagina 10, lasciando intendere il passaggio da un indirizzo interventista e internazionalista ad uno semi-isolazionista e realista. Se tale approccio fosse confermato dai fatti, si tratterebbe della definitiva pietra tombale sulla teoria del nuovo secolo americano, caldeggiata trent’anni fa dagli ideologi neoconservatori.
Il numero di Scenari Internazionali offre una chiave di lettura per cercare di comprendere questa cruciale transizione della storia contemporanea, analizzando le strategie economiche e politiche messe in campo da alcuni importanti attori nazionali e regionali in una fase di profonde incertezze e trasformazioni, che potrebbe consegnare ai nostri figli un pianeta completamente diverso da quello in cui siamo cresciuti.
Le rubriche del sommario cambiano formula e si adattano allo scenario tratteggiato dalla pubblicazione. ‘Sfida al vertice’ presenta al lettore le dinamiche in atto nelle prime due economie mondiali: da un lato, gli Stati Uniti, per approfondire, a meno di un anno dall’insediamento di Trump, l’impatto della politica dei dazi sul Paese stesso e sui suoi rapporti col resto del mondo; dall’altro, la Cina che, grazie alla sua forza economica, è stata l’unica nazione in grado di tenere testa a Washington sino a costringerla a negoziati incentrati su una vera reciprocità.
‘Teatri di guerra’ sposta il focus su Russia e Paesi arabi. Nel primo caso, il conflitto in Ucraina prosegue, malgrado i tentativi statunitensi di individuare un minimo comune denominatore tra Mosca, Kiev e Bruxelles per avviare un negoziato: se la vittoria del Cremlino sul campo appare verosimile, l’economia di guerra russa presenta i suoi limiti.
Nel secondo caso, il Consiglio di Cooperazione del Golfo si interroga sul proprio futuro e sulla sicurezza della regione, dopo il disastro umanitario a Gaza e lo scontro armato tra Iran e Israele. I sei Paesi membri, a partire dall’Arabia Saudita, cercheranno di accrescere le loro relazioni con le economie emergenti, senza tuttavia rinunciare ai rapporti con Stati Uniti e Unione Europea. L’analisi del contesto mediorientale è arricchita dall’inserimento di un reportage dalla Cisgiordania, territorio palestinese determinante per l’implementazione della soluzione dei due Stati ma purtroppo ancora teatro di violenze e soprusi da parte dei coloni.
‘Voci dal Sud Globale’ passa invece in rassegna le situazioni di tre grandi attori in via di sviluppo: l’India, gigante economico ancora fragile ma molto importante nella supply chain globale e negli equilibri regionali dell’Asia Meridionale; l’Africa, forte di un’integrazione in crescita che sta aumentando il commercio intra-continentale ma ancora priva di un’adeguata rappresentatività internazionale; l’America Latina, dove i tentativi di fuoriuscire dall’instabilità politica devono ora fare i conti con la nuova versione trumpiana della Dottrina Monroe.
Chiude il numero, come di consueto, la rubrica delle interviste. La Senatrice Elena Murelli (Lega), già presidente dell’Intergruppo Parlamentare Italia-Arabia Saudita, ci ha parlato delle politiche di sviluppo del Regno, illustrandone la diversificazione economica e spiegando le opportunità per le imprese italiane. L’Onorevole Vinicio Peluffo (Partito Democratico), presidente dell’Associazione Parlamentare “Amici della Cina”, ci ha invece concesso una riflessione sui grandi cambiamenti internazionali in atto, sul ruolo del gigante asiatico nel mondo e sui rapporti con l’Italia a cinquantacinque anni dall’avvio delle relazioni bilaterali.
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