Elezioni Italia. Sinistra scomparsa, il Paese si spacca tra Centro-Nord ‘salviniano’ e Centro-Sud ‘grillino’

In attesa di capire se il centrodestra, coalizione vincente col 37% circa dei voti sia alla Camera che al Senato, sarà in grado di formare un governo, il voto politico italiano boccia senza appello il Partito Democratico di Renzi, finito sotto il 20%, i suoi alleati di +Europa (Emma Bonino), Civica Popolare (Beatrice Lorenzin) e Insieme (PSI+Verdi+AC), tutti fuori dal Parlamento (ad esclusione dei singoli leader eletti negli uninominali), e persino i suoi oppositori “da sinistra” raccolti in Liberi e Uguali, il listone capeggiato da Grasso, D’Alema, Civati, Speranza e Boldrini, fermi al 3,38% della Camera e al 3,28% del Senato. Ancor più insignificanti i risultati delle frange estreme, malgrado la forte risonanza mediatica di queste settimane per scontri e polemiche, a dimostrazione che un vecchio modo di intendere la politica è definitivamente tramontato, mentre si cercano risposte concrete e pragmatiche ad una crisi sociale ed economica che pone l’Italia a fanalino di coda europeo ormai da troppo tempo. Sullo sfondo, una spaccatura profonda tra Nord e Sud ma anche tra due approcci profondamente diversi ai problemi del Paese: uno, quello del centrodestra, punta sulla rivoluzione fiscale della Flat Tax che, se riuscisse ad entrare a regime nel giro di 2-3 anni, sarebbe benefica per famiglie ed imprese; l’altro, a forte rischio involutivo, è quello del reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle.

di Andrea Fais

Queste elezioni politiche ci consegnano un Paese caratterizzato da nuove spinte ed orientamenti politici, ma soprattutto spaccato in due tra un Centro-Nord (inclusivo di Umbria, Lazio e parti della Toscana) deciso a svoltare verso il nuovo centrodestra, quasi ovunque a trazione leghista, ed un Centro-Sud (inclusivo di Marche, Abruzzo e Isole) che ha scelto invece in massa il Movimento 5 Stelle, fortissimo soprattutto nel profondo Meridione. Questa marcata caratterizzazione geografica del voto mette in luce i tanti problemi e le esigenze del nostro Paese, marcando anche alcune differenze importanti. Se sul piano istituzionale la palla passa ora al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sul piano più strettamente politico sembra cominciata una nuova era. Sullo sfondo, l’Europa e la comunità internazionale guardano con interesse e scontata preoccupazione alla situazione di incertezza emersa dalle urne.

Con l’affermazione della Lega all’interno della coalizione di centrodestra, vincente col 37% sia alla Camera che al Senato, gli equilibri del passato mutano radicalmente. La forza propulsiva messa in moto da Matteo Salvini, che nel 2013 aveva preso in mano un partito ridotto ai minimi termini, ha saputo portare l’emblema di Alberto Da Giussano sulle schede degli elettori del Sud, sfondando anche in quelle regioni centrali dove la Lega Nord, sebbene già attiva dagli anni Novanta, non si era mai seriamente radicata sul territorio prima delle Regionali del 2015.

I buoni risultati ottenuti dalla Lega in aree del Paese finora quasi del tutto inesplorate come la Sardegna o il Lazio non devono tuttavia trarre in inganno. Il 17,37% (17,62% al Senato) che Salvini ha ottenuto a livello nazionale si è fortemente concentrato nel Centro-Nord del Paese, con picchi importanti in collegi non facili come Piacenza, Parma, Fidenza, Ferrara, Pisa, Lucca, Massa, Grosseto e addirittura nell’intera Umbria, dove il centrodestra ha clamorosamente vinto tutti e cinque i collegi uninominali per Camera e Senato, da Perugia a Terni, passando per Città di Castello e Foligno. Al Sud è stato invece il Movimento 5 Stelle a segnare un vero e proprio exploit politico, toccando percentuali altissime, come negli emblematici collegi uninominali di Acerra, dove il leader Luigi di Maio ha raggiunto il 63,41%, e Napoli-Ponticelli, dove Rina De Lorenzo ha ottenuto il 62,09% dei consensi.

Tranne il Lazio, in pratica, tutte le altre regioni del Centro-Sud, inglobando anche le Marche, sono finite al movimento fondato da Grillo e Casaleggio. Si tratta indubbiamente di un segnale forte che arriva dal Mezzogiorno dove presumibilmente cresce, specie da parte dei più giovani, il malcontento per una corruzione endemica in molti comprensori e per i gravi ritardi industriali ed infrastrutturali, ormai percepiti come inaccettabili da tanti ragazzi e ragazze costretti a studiare o lavorare nel Nord Italia.

D’altra parte, però, potrebbe aver giocato un suo ruolo l’illusione generata da uno dei punti più chiacchierati del programma del Movimento 5 Stelle, ovvero l’introduzione del reddito di cittadinanza, visto – a torto – come la principale soluzione alla disoccupazione che colpisce molte aree del Paese, soprattutto al Sud. Se questo sospetto, condiviso da molti, fosse confermato, ci troveremmo di fronte ad un grave fenomeno di approssimazione politica, ignaro non solo e non tanto della tenuta dei conti pubblici, quanto piuttosto della tremenda spirale che innescherebbe, scavando definitivamente un solco tra Nord e Sud Italia.

Di contro, significativa è stata la decisione dell’elettorato del Nord – comprese Umbria e Toscana – di scegliere prevalentemente in base agli schemi consolidati della Seconda Repubblica, cioè centrodestra contro centrosinistra, relegando il M5S al ruolo di terzo incomodo o di antagonista ampiamente distaccato e mai di leader o, comunque, di serio competitor rispetto al centrodestra, nella stragrande maggioranza dei casi, o al centrosinistra in collegi “sicuri” come Bolzano, Firenze, Empoli, Bologna, Modena o Reggio Emilia, dove Maria Elena Boschi, Matteo Renzi, Luca Lotti, Pierferdinando Casini, Beatrice Lorenzin e Graziano Delrio sono stati rispettivamente eletti senza problemi, come da previsione.

Scorporando dal restante territorio regionale marchigiano il collegio uninominale per la Camera di Macerata, finito con discreto margine al centrodestra, l’insieme delle aree più produttive ed industrializzate del Paese (quelle che chiedono anche più sicurezza), non ha ritenuto sufficientemente credibile la proposta dei Cinque Stelle probabilmente per due ragioni: da un lato, la poca chiarezza riguardo l’immigrazione clandestina, specie se confrontata con i programmi di rimpatrio annunciati da Salvini, Berlusconi e dal candidato alla Presidenza della Lombardia Attilio Fontana, nettissimo vincitore della tornata regionale; dall’altro lato, l’elevata pressione fiscale su famiglie e imprese che i governi Renzi e Gentiloni non sono stati in grado di ridurre in modo significativo e su cui il M5S non propone soluzioni concrete, con Di Maio che aveva persino ipotizzato l’incostituzionalità della Flat Tax lanciata dal centrodestra.

Nelle circoscrizioni di Lombardia e Veneto, dove i grillini raggiungono a malapena picchi massimi del 25%, non c’è stata nemmeno partita. In Piemonte, dove il Movimento ha in mano l’amministrazione del capoluogo, Torino, la situazione per il partito di Di Maio è leggermente migliore ma quasi mai tale (ad eccezione dell’uninominale per la Camera di Collegno) da mettere in discussione il primato del centrodestra nella gran parte dei collegi della regione. In Liguria, soltanto due collegi uninominali per la Camera dell’area metropolitana di Genova (Sestri Ponente e San Fruttuoso) vanno ai grillini, mentre tutto il resto della regione, incluso il collegio uninominale Genova-Rapallo, va al centrodestra. In Friuli-Venezia Giulia, così come in Umbria, il centrodestra fa addirittura cappotto prendendosi tutti i collegi uninominali per Camera e Senato con percentuali abbastanza larghe.

In attesa dei dati definitivi, compresi quelli relativi al voto all’estero, della successiva ripartizione dei seggi sia alla Camera che al Senato e dei possibili “spostamenti” ad inizio legislatura di deputati e senatori, le ipotesi che si rincorrono sono molte. Ci si dovrà ovviamente affidare al ruolo di garanzia del presidente della Repubblica, ma al momento, stando ai numeri, l’unica compagine che potrebbe avere le carte in regola per governare è quella di centrodestra. Si tratta di una coalizione che si compone di equilibri quasi del tutto rovesciati rispetto ad edizioni del passato come il Polo o la Casa delle Libertà. Dal voto di ieri, Forza Italia esce notevolmente ridimensionata, pur tenendo un po’ ovunque da Nord a Sud, mentre Fratelli d’Italia, erede della vecchia Alleanza Nazionale, non raggiunge nemmeno il 5% dei consensi e soffre la forza dirompente della Lega persino nei collegi di Roma Capitale, dove Giorgia Meloni avrebbe potuto fare di più. Ancor più piccolo il contributo di Noi per l’Italia – UDC, la “quarta gamba” moderata del centrodestra, che paga l’improvvisazione con cui è stata ricreata cercando di riesumare un’area centrista pesantemente compromessa dall’esperienza montiana di Scelta Civica e da quella alfaniana di NCD – Alleanza Popolare.

La trazione salviniana della coalizione metterà al centro dell’eventuale azione di governo l’agenda leghista, cui Forza Italia si era già malcelatamente adattata negli ultimi mesi, facendo della cancellazione della Legge Fornero, dell’introduzione della Flat Tax, della rinegoziazione di alcuni vincoli europei, del rimpatrio programmato dei clandestini giunti in Italia e del ritiro dal regime di sanzioni commerciali contro la Russia, i punti fermi di un potenziale esecutivo di centrodestra. Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno già specificato che non esiste altra possibilità di formare una maggioranza all’infuori di questo perimetro, mentre Silvio Berlusconi ha confermato che «i contenuti del centrodestra, dal taglio alla pressione fiscale a una diversa politica sull’immigrazione, sono stati apprezzati dagli italiani», chiedendo a Salvini di lavorare insieme per allargare la maggioranza aprendo a nuovi ingressi. Dall’altra parte, il M5S è nato e si è affermato come forza di rottura totale con centrodestra e centrosinistra, costruendo il proprio successo elettorale anche su questa immagine di partito incompromesso e solitario. Un’arma a doppio taglio per effetto della quale, qualsiasi apparentamento a livello nazionale con altri partiti tradizionali, rischierebbe di eroderne il consenso già a partire dalle amministrative del prossimo anno.

Da qui al 23 marzo, insomma, regnerà l’incertezza con un’unica solida potenziale prospettiva di stabilità che potrebbe restituire ossigeno a famiglie ed imprese, rassicurando al contempo l’Europa e i mercati sulla tenuta del Paese e dei conti pubblici nel medio periodo. Al momento, tutte le altre ipotesi di formare una maggioranza, comprensive del PD, di LeU o del M5S, si configurerebbero al di fuori del mandato elettorale dei cittadini, specie in virtù della decisione di Matteo Renzi di dimettersi soltanto dopo l’eventuale formazione di un nuovo governo.


Il testo è la versione estesa e aggiornata di un articolo pubblicato da ASI


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