Competitività: Singapore regina, Olanda prima in UE e Italia 30a. Sfida tech tra Occidente e Asia-Pacifico


Mercoledì scorso, il Forum Economico Mondiale (WEF) ha pubblicato il consueto rapporto annuale sulla competitività che dal 1979 descrive il livello di sviluppo, qualità ed efficienza raggiunto dalle singole economie mondiali. La più competitiva in assoluto in questo 2019 è Singapore, prodigiosa città-Stato asiatica che continua a collezionare punteggi altissimi in quasi tutti gli indicatori. Seguono al secondo posto gli Stati Uniti che, nonostante la crisi e le incertezze, mantengono elevati livelli di competitività. Al terzo posto si piazza invece la regione amministrativa speciale cinese di Hong Kong che, pur vivendo un difficile momento politico, resta un mercato estremamente competitivo.


di Redazione


Come sottolineato da Klaus Schwab, presidente dell’organizzazione, questa nuova edizione del rapporto è la seconda da quando è stato introdotto l’Indice di Competitività Globale 4.0 (GCI 4.0), che ha aggiornato i parametri di valutazione in modo da poter fornire un quadro globale capace di cogliere appieno l’avanzamento dei diversi sistemi Paese in termini di innovazione secondo le tendenze dell’Industria 4.0. «Mentre questa decade si avvia alla conclusione e ci apprestiamo a salutare l’alba degli anni 2020, il GCI 4.0 ci offre approfondimenti sulle prospettive di 141 economie», recita il rapporto del Forum Economico Mondiale.

Giunto ormai al termine di quella che viene considerata una vera e propria «decade perduta», secondo gli esperti del Forum, il mondo è arrivato ad «un punto di rottura sul piano sociale, ambientale ed economico». Una crescita modesta, le diseguaglianze in aumento e l’accelerazione dei cambiamenti climatici – prosegue il rapporto – hanno creato le condizioni «per una reazione contro il capitalismo, la globalizzazione, la tecnologia e le élite», provocando «uno stallo nel sistema di governance internazionale» ed un «crescendo di tensioni commerciali e geopolitiche». La frenata degli investimenti e l’aumento del rischio di crisi delle forniture ne sono stati le principali conseguenze.

La matrice dell’Indice GCI 4.0 si articola in 4 macro-aree tematiche (attivazione dell’ambiente economico, capitale umano, mercati ed ecosistema innovativo), che includono 12 «pilastri»: istituzioni, infrastrutture, adozione delle ICT, stabilità macroeconomica, sanità, competenze professionali, mercato dei prodotti, mercato del lavoro, sistema finanziario, dimensioni del mercato, dinamismo delle imprese e capacità di innovazione. Tali pilastri comprendono a loro volta 103 indicatori di valutazione specifica.

Il GCI 4.0 è dunque un «indicatore composito», calcolato sulla base di «successive aggregazioni di punteggi, dal singolo indicatore (il livello più disaggregato) al risultato complessivo (il livello più alto)». Gli indicatori derivano dai dati forniti da organismi internazionali, istituti accademici e organizzazioni non-governative ma 47 di questi – equivalenti al 30% dell’intero punteggio GCI – provengono dall’Executive Opinion Survey del Forum Economico Mondiale, ovvero un’indagine condotta su un campione di business leader nei diversi Paesi.

Tornando alla classifica generale, come anticipato, balza in vetta la città-Stato asiatica di Singapore, forte di un punteggio complessivo pari ad 84,8 su 100, in aumento di 1,3 punti rispetto allo scorso anno. A farne le spese sono gli Stati Uniti che, pur restando un mercato assolutamente competitivo, perdono due punti e scivolano al secondo posto, a quota 83,7 punti. Segue a ruota Hong Kong, terza, con un punteggio di 83,1. Concludono la top-10, in ordine decrescente, l’Olanda (82,4), primo Paese europeo in classifica, la Svizzera e il Giappone (pari merito a 82,3), che perdono entrambi una posizione, la Germania (81,8), che ne perde quattro, la Svezia, il Regno Unito e la Danimarca (pari merito a 81,2). L’Italia, 30a, guadagna una posizione sul 2018, attestandosi a quota 71,5 punti, tra Qatar (72,9) ed Estonia (70,9).

A penalizzare il Belpaese sono soprattutto i bassi punteggi ottenuti nei pilastri relativi al mercato del lavoro, ambito in cui ci piazziamo al 90° posto nel mondo, alla stabilità macroeconomica (63° posto), all’adozione delle ICT (53°), al sistema finanziario e alle istituzioni (entrambi al 48° posto), al dinamismo delle imprese (43°) e alle competenze professionali (42°). Alzano invece il punteggio medio complessivo le performance relative alla sanità (6° posto mondiale), le dimensioni del mercato (12°) e le infrastrutture (18°). Positiva, col suo 22° posto ed uno score di 66 punti, anche la capacità di innovazione.

Tra i BRICS primeggia la Cina con 73,9 punti (+1,3 sul 2018), ferma al 28° posto. Tuttavia si attende il risultato del prossimo anno, quando sarà ormai già entrata in vigore la nuova legge sugli investimenti esteri. Configurando tale quadro normativo, fra le altre cose, il governo cinese intende facilitare l’accesso al mercato per le imprese straniere e potenziare i meccanismi di tutela dei diritti di proprietà intellettuale. Soltanto 43a la Russia, con 66,7 punti (+1,1), 60° il Sudafrica, a quota 62,4 ma in risalita di ben sette posizioni, 68a l’India (61,4 punti), che invece ne perde dieci, e 71° il Brasile (60,9), a pari merito con Giordania e Serbia.

In Medio Oriente spiccano l’ormai consolidato primato di Israele, 20° con 76,7 punti, ipercompetitivo in innovazione e alta formazione, e la solita ottima performance degli Emirati Arabi Uniti, che guadagnano due gradini, posizionandosi al 25° posto con uno score di 75 punti (+1,6 sull’anno scorso). A seguire, fra quelli meglio posizionati, troviamo Qatar (29°), Arabia Saudita (36°), Bahrein (45°), Kuwait (46°), Oman (53°), Turchia (61°) e Giordania (70°).

Oltre la regina mondiale Singapore, l’area ASEAN, sesta economia mondiale nel suo complesso, vede premiata anche la Malesia, 28a in classifica con 74,6 punti (+0,2 sul 2018), che stacca con ampio margine Thailandia (40° posto), Indonesia (50°), Brunei (56°), Filippine (64°) e Vietnam (67°). Restano ancora molto indietro Cambogia (106°) e Laos (113°). Fuori classifica il Myanmar.

Prestando invece attenzione alle aree aggregate, è ormai sempre più serrato il confronto tra la regione Europa-Nord America e la regione Asia-Pacifico, con i Paesi scandinavi, da una parte, e le vecchie tigri asiatiche, dall’altra, ancora sugli scudi. In particolare, per quanto riguarda la competitività tecnologica, la “sfida” tra Occidente ed Estremo Oriente, come testimonia il punteggio relativo all’adozione delle ICT, è ormai un testa a testa: 70,45 al primo e 70,29 al secondo.

Restano ancora alcuni divari significativi che costringono la regione Asia-Pacifico a rincorrere: 7,3 punti in ambito di competenze professionali, 5,3 punti nella sanità, 4,9 punti in materia di infrastrutture e 4,1 punti per quanto riguarda la capacità di innovazione. Eppure, tutte le quattro voci relative al pilastro dei mercati (dimensioni del mercato, mercato del lavoro, mercato dei prodotti e sistema finanziario) la vedono in vantaggio sul gruppo dei competitor occidentali.




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